Il Cavaliere di Roccabruna – Dampyr 241 (aprile 2020)

Scritto da Paolo M.G. Maino

12 Apr, 2020

E dopo averlo atteso, è finalmente arrivato in edicola il numero 241 di Dampyr, Il cavaliere di Roccabruna, un numero che celebra i 20 anni di presenza continuativa in edicola di Harlan Draka e soci. E i festeggiamenti sono in technicolor (come da albi celebrativi che si rispettino, anche se non fu così per il 121) e con una storia che entra di diritto tra le storie migliori di questi 20 anni. E ci entra per una sceneggiatura con il contagiri di Boselli, per disegni al massimo livello di Majo (migliori di quelli per il Texone del 2018? Sì, oso dirlo ma su questo potrà serenamente contraddirmi Francesco Benati) e per i colori così pieni, funzionali e narrativamente decisivi di Matteo Vattani (che ha giustamente iniziato a firmare anche le sue opere come accade nella copertina del recente Dylan Dog Magazine 2020).

Messo in chiaro il giudizio, possiamo partire con la nostra recensione che obbligatoriamente parte con un breve riassunto privo in pratica di spoiler.

Dampyr 241

Il Cavaliere di Roccabruna – Dampyr 241

Soggetto e sceneggiatura: Mauro Boselli

Disegni: Majo

Colori: Matteo Vattani

Copertina: Enea Riboldi

Breve sinossi: la storia ha come protagonista Draka senior in vicende dell’inizio della Guerra dei Trent’anni tra il 1621 e il 1624. Assistiamo al primo incontro e all’inizio del legame di Draka con la bella Fortunata e suo fratello Orlando che abbiamo conosciuto nel lontano Dampyr 27 I Lupi mannari

Ma oltre alla romance c’è tanta azione che, in mezzo alle vicende della guerra, riguarda uno scontro a distanza tra due Maestri della Notte, Draka e Vlatna la cui resa dei conti avverrà nei primi anni 2000 all’inizio della serie regolare di Dampyr nella prima trilogia della Transilvania.

Importanti per la narrazione sono poi i luoghi storici ricostruiti con cura certosina dal disegno di Majo che da sempre è maniacale nella attenzione ai particolari realistici della sceneggiatura fornitagli da Boselli. Mi riferisco in particolare al castello in Valtellina dove si incontrano per la prima volta Draka e Fortunato e il castello di Hochosterwitz, in Carinzia, costruito dalla famiglia Khevenehüller su ordine dell’imperatore come baluardo contro l’invasione dei Turchi, dove abbiamo l’intenso scontro tra un multiforme Draka e parte del branco di Vlatna guidato da Vulcan e da Dorka, ossia Dorothea Szentes che abbiamo incontrato recentemente in Dampyr 228.

Majo Dampyr 241

La sceneggiatura di Boselli

Passiamo ora all’analisi in senso stretto che parte dalla sceneggiatura di Mauro Boselli. Il co-creatore di Dampyr ben consapevole del valore simbolico dell’albo realizza qui una delle sue sceneggiature senza sbavature (sono tante ormai sia per Dampyr sia per Tex e in precedenza per Zagor).

La scelta del soggetto è forte: il protagonista è il Maestro della Notte Draka mentre Harlan è solo il narratore esterno e il presente a Praga fa esclusivamente da cornice con l’artificio letterario del racconto nel racconto. 

Il Dampyr, infatti, dialoga con l’amico Saugrénes (quello di Dampyr 50) che si è addormentato mentre leggeva gli Annali Ferdinandeorum lasciati a Harlan dal padre Draka nella biblioteca di Sarajevo (‘la Città’ della prima storia, teatro dell’azione in Dampyr 2). Il sonno/sogno di Saugrénes è il punto di avvio del racconto che nasce però dalla recente avventura che ha visti coinvolti a Carcosa e dintorni padre e figlio Draka.

Con poche coordinate la realtà narrativa della serie Dampyr è perfettamente rispettata e come da commemorazione che si rispetti abbiamo riferimenti precisi alla prima avventura, al numero 27, al numero 50 e all’ultima esalogia contro Nyarlathotep.

Ma tolto il casus narrationis restano la sostanza e la lingua della narrazione. Sostanza e lingua che dopo due attente letture mi hanno fatto pensare a Shakespeare, autore amato da Boselli e qui presente per almeno tre elementi. Lo premetto: non so se il riferimento sia una intertestualità voluta e dichiarata o sia semplicemente il riemergere di una lettura così fondamentale come sono i drammi shakespeariani, ma questo importa davvero quando si innesca il legame tra scrittore-opera-lettore? Allora anche un po’ per gusto da critica letteraria eccovi i miei elementi (ma dopo farò anche quelli artistici per Majo e Vattani e quindi se volete scappare via e abbandonare la lettura della mia recensione… fatelo adesso!!!).

Primo elemento. I drammi shakespeariani sono come tutte i testi teatrali fino all’800 divisi in 5 atti. E 5 sono i momenti chiave de Il Cavaliere di Roccabruna in questo albo: primo atto: l’incontro di Draka con Fortunata e Orlando; secondo atto: le azioni violenti di Vulcan e Dorka, servi di Vlatna in Carinzia; terzo atto: Draka, Fortunata e Orlando scoprono le tracce di sangue lasciate dal branco di Vlatna; quarto atto: l’assedio di Hochosterwitz; quinto atto: regolamento di conti finale. E come ogni dramma che si rispetti abbiamo anche un prologo (la Battaglia di Bilá Hora dell’8 novembre 1620 e un epilogo (il dialogo sorprendente tra Draka e Caleb a Praga nel 1648 dopo la pace di Westfalia).

Secondo elemento. L’elemento romantico è trattato con la classica ‘cortesia’ di tanti racconti del bardo inglese. Fortunata è un po’ Giulietta e un po’ Viola de La dodicesima notte. È una figura che subito si fa apprezzare dal lettore, anzi direi che Fortunata rappresenta il nostro modo da umani di guardare a chi è sovrumano come Draka. La ragazza intraprendente, intelligente e bellissima è affascinata dal potere di Draka ma soprattutto è innamorata di quanto di umano e quindi malinconico sia presente nel Maestro della Notte. Ma se in Shakespeare il ‘romantico’ ha un ruolo decisivo così uno spazio importante è occupato da scene ‘crude e sanguinose’ derivate dalla tragedie scritte da Seneca nel 1° secolo d.C. in età neroniana. E così gli elementi orrorifici e splatter trova una loro collocazione drammatica in modo razionale e narrativamente funzionale.

Terzo elemento. Shakespeare è Shakespeare, cioè immediatamente riconoscibile, anche (o forse soprattutto) per la sua lingua. Bene, leggete ad esempio il dialogo tra Fortunata, Draka e Orlando alle pp.47-49. Potrebbe essere tratto serenamente da una commedia come Molto rumore per nulla e non ci stupirebbe. Bastano due vignette (sono la 5/6 di p.47) per darne conto:

Fortunata: «Questa e è la verità, cavaliere! A me non puoi nasconderla… come tu leggi nella mente, io ti leggo nel cuore. Un essere che ha vissuto per secoli, ma non si è stancato di amare…»

Orlando: «In realtà ama te, sorellina! Sopporta me per amor tuo!»

Fortunata: «Storie! Il nostro comandante ha un afflato paterno per te, Orlando! Ti ha già salvato un paio di volte la vita, nonostante tu sia un insopportabile moccioso!».

Cortesia, leggerezza, profondità, giochi di antitesi e scherzi di parole. La ricetta di tutta una grande stagione letteraria europea che ha in Shakespeare uno dei suoi più grandi interpreti!

Inutile aggiungere che poi Boselli sa scrivere un fumetto con il contagiro e sa inserire anche piccoli affondi che potranno essere sviluppati in futuro (la storia dell’amore tra Draka e la madre di Harlan e lo stupendo dialogo tra Caleb e Draka nelle tre tavole finali).

Draka e Fortunata

I disegni di Majo

Passiamo al fronte dei disegni e dei colori.

Ho già detto che Majo per me qui realizza qualcosa di unico. Dampyr è casa sua, il suo Draka come ovviamente anche il suo Harlan si posiziona al vertice della storia ventennale dell’ammazzavampiri di casa Bonelli (mi perdonino Andreucci e Dotti o anche Genzianella e Luca Rossi che pure sono dei maestri assoluti e che qui non voglio assolutamente sminuire, anzi!).

Oltre a Draka (in tutte le sue versioni: comandante nel fiore degli anni, anziano condottiero, Draka unleashed, Drago…) qui ha un ruolo essenziale la bellissima Fortunata: il suo viso è davvero una bellezza secentesca che spunta fuori da un quadro di Caravaggio (eh sì! Fortunata è una bellezza artistica italiana, non fiamminga o nordica). E dietro ai due protagonisti ci sono tutti i personaggi comprimari, quelli brutti e destinati a finire sconfitti, quelli infidi e traditori, e anche un personaggio acuto, razionale che sa accettare anche l’inspiegabile, ovvero il Barone Sigmund che vede Draka mutare di fronte ai suoi occhi (la risposta di Draka allo stupito Barone è ancora una volta shakespeariana: «Vi stupireste di apprendere quanto poco nell’universo c’è d’impossibile, Sigmund!» ovvero ci sono più cose in cielo in terra…), c’è Mastro Steffen stupito dalla fucina di Fuoco Greco (altra storia da raccontare o solo in parte raccontata da Giusfredi e Villa in un dampyrino tra poco ri-pubblicato in un maxi dampyr celebrativo)… insomma c’è tutta la varietà dei volti umani ancora una volta caravaggeschi o in questo caso anche bruegheliani.

Vattani

I colori di Vattani

Ma l’albo non sarebbe la bellezza che è senza i coloro di Matteo Vattani. E anche in questo caso chiamare in causa Caravaggio non è esagerato. Sono tantissime le scene di interni in cui i giochi della luce delle candele (o della lampada nella libreria di Harlan a Praga) creano ombre e fanno trascolorare i colori dei vestiti e dei volti dei personaggi. Su tutto l’albo dominano le tinte scure e cupe (tanto accade di notte o al crepuscolo o in luoghi chiusi scarsamente illuminati), ma ci sono 5 tavole che fanno eccezione: le tre finali legate ai festeggiamenti della fine della Guerra dei Trent’Anni e dove ci pare di camminare alla luce di un giorno nuovo, che però per Draka è anche segnato dalla malinconia per la perdita di Fortunata; e poi la visione/sogno di Fortunata delle pagine 89 e 90 (e dell’ultima vignetta di p.88). Majo tratteggia e poi Vattani compie. Ovvero passa da Caravaggio alla volta dipinta da Andrea Pozzo nella chiesa di Sant’Ignazio a Roma… andate a vederla se non la conoscete!

Vlatna e il branco

La copertina di Riboldi e il lettering di Corda

Da ultimi vanno citati altri due attori di questo albo: Enea Riboldi e la sua copertina che ci porta subito in un romanzo di cappa e spada (copertina senza Dampyr! Che serie questa che può rinunciare anche al protagonista in copertina); Luca Corda che qui fa un lavoro di lettering curassimo, data la lunghezza della narrazione: ci vuole almeno un’ora per leggere con calma questo albo.

In sintesi: obiettivo raggiunto. Un albo bellissimo, un omaggio a 20 anni di storia editoriale, un albo che recupera vecchie trame e ne apre di nuove nella più classica dampyrianità! Che dire allora? Altri 20 di questi anni!!!

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