Una settimana come tante – Mercurio Loi 12 (luglio 2018)

11 Ago, 2018

Stufi di non trovare il vostro fumetto Bonelli preferito in edicola nella calura agostana che ha bloccato i distributori? Forse non vi state accorgendo di tante cose ‘comuni’ che accadono intorno a voi e allora rileggete Mercurio Loi Una settimana come tante e poi tornate qui sul nostro blog e rilassatevi con la conversione antilogica tra Giacomo e Chiara, arguti e ironici come non mai vi presenteranno quello che questa serie sempre più incredibile (e fuori dai parametri standard) sta lasciando a loro. Sarete anche voi di questa interpretazione? Difficile, ma forse il punto è tornare e tornare su quello che accade e poi…

 

Una settimana come tante – Mercurio Loi n.12

Soggetto e Sceneggiatura: Alessandro Bilotta (chi se no?)
Disegni: Onofrio Catacchio
Colori: Erika Bendazzoli
Copertina: Manuele Fior
Dialogo tra Giacomo Mrakic e Chiara Cvetaeva
GIACOMO: Una settimana come tante: già dal titolo di questo bimestre, Mercurio Loi non cessa di stupirci. Complice l’intoppo di stampa e distribuzione, mai come in questo caso il titolo ha rotto la famigerata quarta parete, arrivando ad integrarsi con le vite di noi lettori per un incredibile connubio tra titolo, opera e fruitori della stessa.
Certamente tutto fuorché una settimana come tante è stata quella che è venuta a toccare i lettori più fidati, impazienti di venire a conoscenza delle nuove avventure che il perdigiorno romano ha in serbo per noi.
Eppure, niente accade per caso e, al termine della lettura dell’albo, si può ben riprendere l’adagio senecano non exiguum temporis habemus, sed multum perdidimus, che ben si armonizza con la fretta che ormai riempie vuotamente il nostro tempo moderno retto da scadenze e orologi.
Ecco pertanto che l’attesa, declinata nella normalità, nella banalità, nella ripetitività dei gesti, diventa in sé e per sé fonte di gratificazione, facendoci assaporare di gusto quello che spesso diamo per scontato. La società moderna ci vuole efficienti, veloci, prestanti e tutto questo si concretizza nella ripetitività continua dei gesti e degli eventi; eppure, sembra dirci l’autore, anche il minimo gesto, persino quello più abituale e ripetitivo, se fatto con cura, con passione, può rendere speciale una giornata qualunque. Proprio questo ci viene sagacemente dimostrato dal comportamento del famiglio del professore, che, riproponendo con quotidianità un semplice piatto di pasta al pomodoro, riesce a dare una mirabile lezione al maestro.
In questa avventura le piccole cose paiono parlarci, come in un microcosmo pascoliano, portandoci indietro in un tempo povero ma bello, nostalgico ma mai patetico. In questo volume Bilotta ci mostra un Mercurio Loi inedito, quasi confidenziale.
È un albo ottimamente strutturato per portarci con la mente all’estate, al tempo di vacanze, al riposo, alla quiete. Una quiete che viene però ad interrompersi in quella che parrebbe essere, come suggerisce il titolo, una settimana come tante. Già l’ambientazione, ripetuta nell’arco di sette giorni, con un richiamo, seppur ridotto, al Decameron, riprende il tema, tanto caro all’autore del fumetto, della ciclicità ripetuta che si trasmette nell’arco delle ore, delle settimane, degli anni, partendo dai minimi gesti. Inoltre, strizzando un occhio a Calderon de La Barca e al suo La vida es sueno, Bilotta ci trasporta in una Roma onirica, che finisce per sovrapporsi alla Roma reale tra fuga dal tempo e sogno verso l’ineluttabilità della morte. Esemplare è l’umanizzazione di alcune figure e oggetti, che finiscono per interagire con Mercurio, come in una favola di Esopo, finendo per trasmetterci proprie impressioni e sensazioni. Ed è proprio questa antropizzazione, tipica delle strutture favolistiche, che si presenta quasi sempre di notte, a darci quella sensazione di “squarcio nel velo della realtà sensibile” tipico di certe correnti gnostiche; tematica anch’essa cara all’autore.
CHIARA: Se ti giochi la carta di Calderon de La Barca, allora mi riservo di cavare dal mio mazzo quella di August Strindberg: «Tutto è possibile, tutto può succedere. Sul terreno inconsistente della realtà, l’immaginazione traccia meravigliosi motivi». E tutto può succedere soprattutto di notte, come il professore non manca mai di ricordarci. È di notte che uno può squarciare il velo della realtà, portando allo scoperto la splendida illusione che c’è sotto.
Hai chiamato in causa la ciclicità del tempo. In tutta schiettezza, però, credo che in quest’albo il concetto stesso di tempo sia tutt’altro che pacifico. Io ho percepito diversi segnali di avaria.
Che cosa faresti se la voce stessa della tua coscienza si silenziasse, se la sentinella del tuo buonsenso disertasse la sua postazione, se il tuo Super-io sempre vigile e ammonitore si volatilizzasse per una parentesi vacanziera? Nella migliore delle ipotesi, ti sentiresti frastornato. E tale si sente, appunto, il nostro Mercurio, che in una settimana come tante, recandosi di giorno in giorno alla bottega del fido Adelchi, si ritrova sgomento davanti a un uscio perennemente serrato.
Da Roma dei pazzi in avanti, Adelchi è sempre stato il solo capace di trovare la “quadratura del cerchio”, di diradare i fumi dell’incertezza e della confusione. Il barbiere è per le idee e i pensieri del professore ciò che l’olio è per i cardini: senza l’uno, gli altri si fanno rugginosi e inservibili.  È inevitabile che, venuto meno Adelchi, finisca col compromettersi il più delicato degli ingranaggi, quello senza il quale l’intera macchina narrativa va in panne.
La barba del professore cresce, al pari della sua perplessità. Che ci sia un guasto ai motori lo si capisce dal tempo: non si riesce a stabilire se scorra rapido e vorticoso, o se al contrario proceda lento e strascicato. Ma d’altra parte, l’uomo il tempo non l’ha mai capito, e per illudersi di averne contezza si è contentato di ridurre i minuti a un ticchettio, i giorni a un calendario. Una voce molesta, d’ignota provenienza, sgrana il rosario dei giorni che si susseguono, strillando di volta in volta “è lunedì”, “è martedì” e così via elencando.
Di cose ne accadono, e in gran quantità (gli adepti di Sciarada che scompaiono come mosche, Ottone che corona il suo sogno d’amore, la palestra di Mercurio che si allaga, la donna sconosciuta che corre a perdifiato chissà dove e chissà perché); a dispetto del gran trambusto, però, Roma sembra oppressa da una cappa di piombo, e tutto appare lento, ripetitivo, ammorbante. Stavolta Mercurio non deve fronteggiare un rivale in carne ed ossa, ma uno spauracchio che ha un nome ben preciso: quello di Routine. Eppure, non tutti disdegnano l’ordinarietà del quotidiano: certamente non il colonnello Belforte, che Loi incrocia nottetempo sul lungotevere. Nella sua settimana di vacanza, Belforte ha deciso di prendersi una grande libertà: vivere la vita di tutti i giorni e pensare.
GIACOMO: Del colonnello, in questo numero, cominciamo finalmente a sondare la profondità psicologica. Belforte è un personaggio tipico nella sua atipicità: pur desiderando godersi la propria vacanza, non si sottrarrà alle richieste di Loi, fino a rivelarsi importante per la conclusione degli eventi, arrivando ad avere l’onore di chiudere l’albo, che pure ci lascerà con qualche domanda irrisolta (n.d.r. e quando mai non succede?). Il colonnello incarna una figura solitaria e quasi tragica, tipica degli echi romantici del periodo, e anche in questo albo non ci delude con la sua condotta, finendo per confermarci la sua statura morale, ma al tempo stesso, la sua tragicità di stampo quasi schilleriano.

CHIARA: È certo indicativo, a ben considerare, che il colonnello scelga di restarsene a pensare proprio sul lungofiume. Perdona l’insistenza, ma con i miei ragionamenti devo andare di nuovo a toccare quello che, per me, è il vero nervo scoperto di quest’albo: il problema della temporalità.
Belforte, dicevamo, viene sorpreso solo e pensoso in riva al Tevere. L’acqua di un corso fluviale è non meno enigmatica del tempo: ha una sua consistenza, esiste e la si può toccare, ma nell’atto stesso di afferrarla, subito scivola via di mano.
Non potendo afferrare l’acqua, la sola via praticabile per averne piena cognizione è immergercisi, sprofondarcisi, inabissarcisi. Un po’ come Martin Eden, l’eroe londoniano già evocato da Bilotta in Nobody (n. 10 delle Storie Bonelli), che comprende e conosce al sommo grado solo nell’istante in cui muore per annegamento: «gli parve di precipitare giù, lungo una grande, infinita scala, al fondo della quale, da qualche parte, sprofondò nell’oscurità. Fu tutto quello che riuscì a capire: era sprofondato nell’oscurità. E nell’istante stesso in cui lo seppe, cessò di saperlo». Lo scotto da pagare per chi ambisca alla conoscenza nella sua pienezza è l’eterna immobilità. È la morte. Ecco perché la misteriosa donna che sgambetta in copertina corre a spron battuto senza una ragione, perché “chi non ne esce correndo… forse vede in faccia la morte” (vedi Mercurio a p. 94). La scelta non si riduce, tuttavia, alla superficie o all’abisso, al moto o all’immobilità perpetui. È sul finire della storia che giunge, soccorrevole, la voce del buonsenso, ovviamente coincidente con quella di Adelchi: finalmente riapparso, Adelchi si preoccupa ancora una volta di far quadrare il cerchio, e brandendo il suo rasoio ricorda a Mercurio quale risorsa sia la ripetizione del quotidiano, perché «può far scoprire dettagli che ci erano sfuggiti al primo sguardo… a cominciare dal fatto che gli eventi non mancano mai. È un’illusione. Succede sempre qualcosa». E per Loi, finalmente, i vapori della perplessità si dissipano: «nel ripetersi delle cose c’è la nostra possibilità di afferrarne il senso» (p. 88).
Ho riletto quest’albo tre volte. E nel ripetersi di battute e vignette ne ho afferrato via via il senso. Era quello giusto? Poco importa. La straordinarietà della narrativa di Alessandro Bilotta per me consiste in questo: come nel test di Rorschach, ciascuno vede quel che gli pare, e non esistono risposte sbagliate.

 

GIACOMO: Tu citi, giustamente, Adelchi e Belforte, ma non possiamo non rilevare come una terza figura emerga per preponderanza: quella di Leone.
Leone, pur nella sua semplicità, si rivelerà importante per il dipanarsi della trama, segno appunto dell’importanza che hanno anche le figure umili nell’insegnare qualcosa anche ai grandi.
Il famiglio, soprattutto nelle scene d’amore di Ottone, ci ricorda un po’ il servus callidus della commedia classica, o l’arlecchino della commedia dell’arte. Volendo forzare un poco l’interpretazione, data l’attinenza amorosa, possiamo trovare un richiamo alla figura di Leporello ne Il convitato di Pietra di Moliere (trasfuso nel Don Giovanni di Mozart). Proprio la scena amorosa di Ottone ci presenta peraltro una ulteriore rottura della quarta parete, con un Mercurio Loi che, quasi disgustato, ci dice “sembra di vedere i cuoricini che gli girano intorno”. Anche in questo caso Bilotta ci nasconde una citazione con il numero 9 La somiglianza con una scimmia. Come la scimmia Dioniso si trovava ad osservare con trasporto e tristezza la travolgente (e dionisiaca) storia d’amore tra il nostro eroe e la figlia del professor Spada, così Mercurio Loi, dai tratti scimmieschi, si trova ad osservare, quasi con invidia mista a malinconia, la storia d’amore del suo protetto Ottone.
Concludendo, anche in questo albo Bilotta riesce a trasmettere al lettore moltissimi spunti di riflessione, molti dei quali impercettibili, che vengono disseminati sapientemente tra le righe dei dialoghi; niente di più ideale per un albo arrivato in ritardo in una estate lunga e torrida, da godersi come sempre in una settimana come tante, ricordandosi che al settimo giorno anche Dio si riposò. Buone vacanze e buona lettura sotto l’ombrellone (o in montagna).
E se avete ancora tempo da perdere potete andare a leggere (o rileggere) le altre antilogie del nostro blog:
Mercurio Loi 10 L’uomo orizzontale
E se proprio non sapete cosa fare, venite a farvi quattro chiacchiere lungo il Tevere del gruppo facebook L’avventura a fumetti da A(dam) a Z(agor)!

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