Il circolo degli intelligentissimi – Mercurio Loi 11 (maggio 2018)

28 Mag, 2018

Le antilogie di Mercurio. Continua la rubrica di dialogo e confronto tra Giacomo Mrakic e Chiara Cvetaeva sulle avventure del perdigiorno Mercurio Loi. Questa volta il ‘parto’ dell’antilogia è stato lungo e non banale. Come è andata? Giudicherete voi!
 

Il circolo degli intelligentissimi – Mercurio Loi 11

Soggetto e sceneggiatura: Alessandro Bilotta

Disegni: Sergio Gerasi

Colori: Andrea Meloni

Copertina: Manuele Fior

GIACOMO: “Vanità, decisamente il mio peccato preferito.” Questa frase, pronunciata da Al Pacino ne L’avvocato del Diavolo, potrebbe fare da sottotitolo al nuovo numero di Mercurio Loi.

E indubbiamente la superbia, il primo peccato, fa da leitmotiv a questa storia, finendo per presentarci un Loi molto più umano del consueto, solleticato e stuzzicato nel suo orgoglio. Ma la superbia è anche il tratto preponderante del circolo degli intelligentissimi che, con spocchia elitaria, pretendono di costruire un mondo senza mediocri, con una sorta di eugenetica successiva, nel tentativo di edificare una nuova società libera da tare intellettive, sino a rievocare incubi nazionalsocialisti.

La superbia è da sempre connaturata alla nostra specie. Basti pensare alla hybris, alla tracotanza dei greci antichi, considerata la più grave colpa di cui ci si potesse macchiare di fronte agli Déi.

Bilotta ci presenta un Mercurio inedito, quasi sconosciuto. Loi ha un ego smisurato tanto quanto la cognizione del suo genio, ma, come argutamente fatto rilevare dal generale Braschi, spetta agli altri riconoscere i nostri meriti, morali o intellettuali che siano; che ce li si accrediti da sé non vale. Giusto, socia?

CHIARA: Vangelo. Sai, pensavo a una singolare coincidenza. La mattina del 23 maggio, mi sono ritrovata dinanzi a due avvenimenti, l’uno atteso, l’altro inaspettato: l’uscita de Il circolo degli intelligentissimi e la morte di Philip Roth.

Non esiste, almeno nel secondo Novecento, scrittore più “trombato” e mal compreso del povero Roth, silurato di anno in anno dall’Accademia svedese, sino alla finale assunzione nel triste olimpo dei “Nobel mancati”. E però il firmamento dei “trombati” non potrebbe essere più sfavillante: non solo Roth, ma anche Jorge Luis Borges, Alfred Hitchcock (insignito soltanto di un Oscar alla memoria!) o ancora, perché no, il nostro ottimo Mercurio, respinto, calpesto e deriso da una giuria di suoi pari.

Ma conta poi molto, per l’uomo d’intelletto, che i suoi pari ne riconoscano i meriti? Conta davvero che lo capiscano? A sentire il Seneca della VII epistola a Lucilio, no. “Mi chiedi cosa soprattutto dovresti evitare? La folla […] Molti ti lodano? Hai qualche motivo per piacere a te stesso, se sei uno che molti capiscono? I tuoi meriti riguardino solo la tua coscienza. Stammi bene.” Un bel dire, quello di Seneca, ma per chiunque non abbia fatto professione di stoicismo, fare a meno dell’approvazione altrui è impossibile. È ricercando una simile approvazione che il nostro professore viene messo in scacco.

 

GIACOMO: Esatto. Proprio quella è l’espressione che ci vuole. L’evento traumatico della storia è dato proprio dalla partita a scacchi, da quella sfida che Mercurio accetta avventatamente, pur consapevole della sua inferiorità tattica. La scelta temeraria di sfidare un avversario superiore per competenze mette in risalto una hybris che, come tale, va punita dagli dei sùperi. Il nostro eroe va incontro alla sua prevista disfatta, rappresentata da un insieme di inquadrature colorate con un’abile scelta cromatica, alternando vignette di tono bianco a vignette di tono nero; sconfitta che arriva mediante una trappola che, in gergo scacchistico, viene chiamata “il matto dell’imbecille”; una definizione che rende ancora più stridente il confronto tra “intelligenti” e “sciocchi”. Loi rimane talmente annichilito nell’orgoglio da cercare di riscattarsi immediatamente, con scarsi risultati.

Ma questo avvenimento, pur essendo la colonna portante della storia, finisce per essere niente di più che un mero filo conduttore dal quale si dipanano una serie di interessanti sottotrame che ci portano a dover soppesare e analizzare con particolare attenzione ogni piccolo evento nel timore di perdere qualcosa.

Fin dalle prime pagine i nostri eroi si trovano prigionieri di un criminale amante delle belle storie, Karl il favolista. L’immagine che salta alla mente, nel vedere Ottone e Mercurio legati di fronte al cattivo rimanda, così come la copertina, alla spettacolare scena del film Indiana Jones e l’ultima crociata, dove Sean Connery e Harrison Ford si trovano prigionieri nel castello di Brunwald. Quel che segue, sembra non avere alcuna attinenza col quadro iniziale. E invece, il finale ci ripresenterà Loi nell’atto di raccontare quanto accaduto col circolo degli intelligentissimi, proprio a un Karl ormai innocuo e stupefatto. Un finale circolare, con una struttura a “uruboro” particolarmente amata da Bilotta.

CHIARA: Il moto circolare, d’altra parte, ha fama di moto perfetto, e in terra di letteratura, dove si finisce sempre col raccontare le solite vecchie storie, se ne può rinvenire un’applicazione pratica. Poco fa ho passato in rassegna colossi della stazza di Roth, Borges e Seneca. Incomodare fior di letterati dopo la lettura di Mercurio Loi non è un vezzo. Da molto cerco di trovare quella parola che, da sola, possa rendere l’esatta cifra di questo fumetto. Senza trionfalismi, mi sento di dire che è questa: porosità. Mercurio s’imbeve, s’intride, si inzuppa di tanta di quella letteratura da poterne ricavare un’antologia scolastica. Il perdigiorno passeggia tra paesaggi già visti, anzi già letti altrove, in libri non meno eterni della Città eterna. Ad acutizzare quest’impressione concorre anche una ragione “onomastica”: il Mercurius dei latini era infatti patrono dei ladri e dei poeti, che praticano in fondo lo stesso mestiere. I letterati raccontano da sempre le stesse storie, non vedendoci niente di male: il furto commesso dal genio può ben guadagnarsi il titolo d’opera d’arte. Chi può meravigliarsi, dunque, se all’inizio della storia ritroviamo il brutto anatroccolo di Andersen a sguazzare nel Tevere? Chi si stupisce se il pifferaio di Hamelin va a incantare con le sue partiture ipnotiche i ragazzini romani?

 

GIACOMO: Proprio da un ragazzino ci arriva un altro grimaldello per interpretare quest’albo.
Un personaggio che merita senz’altro una breve analisi è il giovane Dante Fusco, il “deus ex machina” di questo albo. Dove gli altri si perdono, compreso Loi, Dante riesce ad osservare con maggiore chiarezza e lucidità. In questo, è un po’ la controparte maschile di Galatea, cui l’accomunano una capacità di analisi e una prontezza fuori dal comune, unite a una grande umanità. Si potrebbe quasi sostenere che, secondo Bilotta, la capacità dei bambini, grazie alla loro innocenza, permette di guardare alla realtà con sguardo più penetrante dell’uomo adulto, che ha perso con l’età la sua capacità di squarciare il velo della realtà e di osservare le cose senza malizia.

In questo c’è una profonda vicinanza con il fanciullino tanto caro a Giovanni Pascoli.

CHIARA: Lo vedi? Con Pascoli torniamo in terra di letteratura (ma ne siamo mai veramente usciti?) e da lì vorrei recuperare il filo del mio discorso su ladri, poeti, fumettisti e biscazzieri. Accanto al fanciullino può capitare che si muova un vegliardo del pensiero occidentale. Ci inciampiamo a pagina 52, dove Mercurio osserva che “l’uomo diventa maturo quando ritrova la serietà con cui giocava da bambino”, citando quasi testualmente il Friedrich Nietzsche di Al di là del bene e del male. Al vegliardo e al fanciullino può unirsi poi l’uomo bell’e fatto: tale è Lemuel Gulliver, che a ragione o no mi è parso di aver incrociato. E infatti, il gran consesso dei luminari romani non ricorda da vicino quel gotha d’astronomi e matematici conosciuti dall’eroe swiftiano sull’isola fluttuante di Laputa? Laputa, Gulliver… E perché no? Se possono stare in un film d’animazione di Miyazaki, allora potranno benissimo trovare un cantuccio nella Roma papalina. Dei laputiani, Gulliver annotava: così persi nelle loro riflessioni speculative, che non si possono immaginare compagni più scostanti.”

Quando i sapienti fanno lega tra loro, nascono le accademie. Quando nascono le accademie, il sapere si istituzionalizza. Quando il sapere s’istituzionalizza, diventa ridicolo: un misto di autismo, solipsismo e autoreferenzialità masturbatoria. Non è in questo sapere che il vero uomo di genio, nel quale l’intelletto ha la sensibilità come compagna, può riconoscersi. Da qui il suo dramma, la sua ricerca affannosa di un simile, perché “ci si sceglie per somiglianza… ci si lega per motivi nascosti sotto l’apparenza” (Adelchi, p. 87). E però, trovare un simile in mezzo alla folla oceanica degli uomini, qualcuno con cui sentirsi un’isola, sì, ma se non altro in mezzo a un arcipelago, è un’impresa disperante. Quindi, conclude Bilotta nell’introduzione, “essere soli è la condizione inevitabile di un essere umano intelligente e sensibile”. E però la solitudine è condanna e privilegio. Può essere fittamente popolata e incredibilmente rumorosa: vi si aggirano le storie già raccontate, che il solitario può raccontarsi e raccontare di nuovo, fintanto che Mercurio assicurerà il suo patrocinio a ladri e parolai.

GIACOMO: Molto ci sarebbe ancora da dire in questo universo multiforme creato da Bilotta, ma è bene che siano i lettori a scoprire, pagina dopo pagina, i numerosi rimandi e citazioni che vengono distribuiti saggiamente e con arguzia dall’autore, così che ognuno possa farsi la propria idea e tracciare il proprio cammino.

CHIARA: Giusto. L’autore apre molti, troppi discorsi, peraltro non chiudendone nessuno. Ma è meglio così. Vengono a noia i discorsi con un capo e una coda. Non servono a nessuno le storie che si esauriscono in loro stesse. Perché per dirla ancora una volta col Nietzsche di Al di là del bene e del male, “l’obiezione, il cambiar discorso, l’allegra inconcludenza, il desiderio d’ironia sono segni di buona salute.” Alla salute, quindi, di ladri, favolisti, fumettisti e biscazzieri.

GIACOMO: Prosit. “Stretta la foglia, larga la via, dite la vostra ché io ho detto la mia.”

E per dire la vostra raggiungeteci nel gruppo Facebook  L’avventura a fumetti da A(dam) a Z(agor)!

 

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