Le Antilogie di Mercurio – La testa di Pasquino. Mercurio Loi n.7 (novembre 2017)

12 Mag, 2020

Ci stiamo avviando alla conclusione del nostro percorso di Antilogie che partito dal numero 9 arriverà al numero 8 in un percorso ondivago e quasi bustrofedico che ben si adatta al girovagare di Mercurio e al battagliare dialetticamente di Chiara e Giacomo. Godiamoci questa rilettura del numero 7 La testa di Pasquino e aspettiamo lo splendore del colore giallo! E poi… poi vedremo come valorizzare ulteriormente questa rubrica che è davvero il fiore all’occhiello del nosatro blog (certo i 70 anni di Tex di Francesco sono belli e il mio Dampyr Index tutto sommato non è da buttare via… ma le Antilogie sono le Antilogie!).

 

La testa di Pasquino – Mercurio Loi n.7

Soggetto e Sceneggiatura: Alessandro Bilotta

Disegni: Massimiliano Bergamo

Colori: Nicola Righi

Copertina: Manuele Fior

1.GIACOMO

“Roma Caput mundi”. Questo famosissimo detto ci butta a capofitto nell’analisi La testa di Pasquino

Bilotta chiude due interessanti sottotrame che erano rimaste sospese nel, seppur circolare, albo n. 6, andando a scavare fino in fondo la figura di Pasquino e, contestualmente, quella del mentore di Loi, il professor Scaccia.

La particolarità più interessante di questo albo è il fatto che si svolga in una cornice onirica, che richiama le ambientazioni tipiche dei film di Lynch, dove reale e proiezione mentale tendono a confondersi. L’esempio più magistrale di questo fatto è dato proprio dalla figura di Mercurio Loi che si manifesta come una presenza ectoplasmatica, interagendo con il professor Scaccia come se fosse la sua coscienza, per poi manifestarsi in carne ed ossa solamente nell’ultima pagina dell’albo. La singolarità di questo numero sta proprio nel fatto di essere totalmente centrato sulla figura di Pasquino/Scaccia anziché su Loi.

Il numero comincia in medias res, come nei poemi omerici, e, come per gli eroi achei, aleggia fin dall’inizio un senso di tragicità che si ripercuoterà nell’arco della storia. Scaccia ci si presenta fin da subito come Pasquino, il segreto scrittore di sonetti/stornelli contro l’oscurantismo pontificio; la vera anima della Roma popolana contrapposta alla reazionaria visione dello Stato della Chiesa che riemergeva dalle ceneri della restaurazione. In questo frangente, il professore, ormai anziano, decide di passare il testimone al suo allievo come se, nel corso dei secoli, un’intera generazione di Pasquini, cioè di anime libere e indipendenti, avesse tramandato questo solenne incarico.

 

Manuele Fior

 

2.CHIARA

Nel suo Dizionario dei luoghi comuni (sapido ed effervescente sciocchezzaio delle banalità che ci si scambia come valuta corrente nelle conversazioni ordinarie) Gustave Flaubert annotava alla voce CIGNO: Canta prima di morire. Il cigno di Cambrai non era un uccello, ma un vescovo. Il cigno di Mantova è Virgilio. Il cigno di Pesaro è Rossini”. 

Ecco, potremmo aggiungere alla conta di questo “stormo” un altro nome eminente, e dire: Il cigno di Roma è Pasquino.

Pasquino sta a Roma come il Papa al soglio di Pietro, il che ci consente di sostenere: morto un Pasquino, se ne fa un altro. 

Papi e Pasquini si presentano in serie ordinate e virtualmente infinite, come le cifre nel sistema di numerazione: basta accrescere di un’unità ogni cifra, perché la serie prosegua implacabile. Infinita nello spazio, ed eterna nel tempo. È al lume di questa considerazione che occorre rileggere l’immancabile guida bilottiana per camminatori raminghi: tutto, in questa vita, è “numerabile”, “calcolabile”, “quantificabile”, dalle ore che fluiscono nella letizia a quelle che ristagnano nella noia, dai chili in sovrannumero che ci appesantiscono il girovita ai petali della corolla che interroghiamo sul “m’ama, non m’ama”. Il numero imprime alla realtà una forma, per certi versi la contiene, ma non può rappresentarne il contenuto. E allora qual è la polpa che riempie le forme del reale? Se per spiegare la realtà non basta un pitagorico che conti, allora ben venga un cigno che canti, ben venga la poesia, che – si badi bene – resta formalmente condizionata dal numero, dal momento che obbedisce a una metrica e si struttura in strofe.  

In questo settimo episodio mercuriale, la poesia ha la fisionomia decisa, altera e marcata della pasquinata, filone “emissario” afferente al più vasto bacino della poesia satirica. E la satira, a Roma, ha da sempre cittadinanza onoraria, anzi: si può dire che la prima poppata l’abbia ricevuta dalle mammelle della lupa capitolina, trattandosi di un genere letterario dalla squisita fattura latina (Satura quidem tota nostra est, ricordava Giovenale con una punta di sussiego). Scaccia, che di Pasquino è il prestanome e del volgo romano il portavoce, assume precisa coscienza di quale sia, realmente, il suo magistero, già a p. 18, quando esclama sussultando sui tacchi: “Forse questa è la poesia. Quando qualcosa di fondamentale per uno solo… Diventa fondamentale per tutti”. 

Ecco. Poetare significa imparare a scandagliare l’inesauribile multiverso dei sentimenti, delle parole per esprimerli e delle loro illimitate possibilità combinatorie. Né tempo né spazio sono assoluti: entrambi hanno senso solo se posti in relazione con chi abita in un dato luogo e in un dato istante. Questo, di Pasquino in Pasquino, ha assicurato eternità alla città eterna: una voce scanzonata e sbeffeggiante, capace di narrarne e preservarne le cronache. Ridendo a denti serrati, piangendo a ciglia asciutte.

 

Massimiliano Bergamo

 

3.GIACOMO

La figura di Pasquino si perpetua nel corso degli anni coi vari “passaggi di testimone” perché forte anche di un imperativo etico. Pasquino può essere letto come una metafora della libertà e dell’indipendenza, di quel naturale andare controcorrente tipico delle menti illuminate che non si fanno imbrigliare dalle convenzioni e che non si peritano di dire ciò che pensano, a costo di attirarsi addosso gli strali della reazione. In un certo qual modo il suo dovere si richiama al mito della caverna di Platone: l’unico schiavo fuggito alle ombre capace di vedere le stelle, titolato da un’incombenza morale a risvegliare dal torpore gli altri schiavi e indicare loro il cielo e la luce delle stelle distogliendoli dalla falsa rappresentazione delle ombre sulla parete della caverna. 

Proprio da questo obbligo interiore prende le mosse un secondo aspetto da approfondire: il rapporto che intercorre tra allievo e professore: confermando la previsione di Loi, Scaccia si dimostra non essere stato per niente previdente, e il suo allievo non solo non si dimostra recettivo, ma, addirittura, si scopre essere egli stesso un reazionario intenzionato addirittura a trasformarsi in delatore. La scena dello scontro di idee tra resistenza e reazione è molto realistico, anche se nasconde una visione forse troppo semplicistica delle cose. Vi è una netta separazione tra le due visioni, in modo manicheo, anche se tutti noi sappiamo come certi aspetti non possano essere così tranchant. Indubbiamente però è un espediente narrativo valido e necessario per contrapporre due visioni e due modi di intendere la società: l’anziano, reduce dell’esperienza rivoluzionaria a Roma, e il giovane, indottrinato dalla propaganda e dalla visione arcaica di un mondo destinato a svanire.

è proprio da questo profondo confronto tra le due diverse concezioni del mondo che la storia scivola di colpo su una china molto particolare: in primo luogo l’allievo rimane vittima inconsapevole di ciò che ha sempre difeso; quante volte nella Storia i giovani sono stati indottrinati e usati come vittime sacrificali per gli interessi dei potenti? Come non ricordare la difesa di Berlino con l’utilizzo della Hitler Jugend come ultima riserva? La morte dell’allievo di Scaccia per mano degli sbirri pontifici è un severo monito ed un profondo richiamo a tutte le volte che l’innocenza è stata immolata sull’altare del potere.

Questa fine però spezza anche la lunga catena di “Pasquini” obbligando pertanto il professore Scaccia a fuggire da Roma, non prima però di compiere un ultimo gesto eclatante.  

 

Massimiliano Bergamo

 

4.CHIARA

La tavola con cui, a pagina 89, Bergamo ha dato un’anima disegnata “all’addio alle scene” di Scaccia, ha una potenza icastica di rara bellezza. Proprio perché capace di tessere un punto di sutura tra ciò che ha importanza per il singolo e per l’insieme, il Poeta deve saper confezionare il suo messaggio dimodoché ognuno si creda destinatario d’elezione, e al contempo deve saper guardare tutti dall’altro, destreggiandosi sulla sua fune con la maestria di un equilibrista.

Similmente al funambolo, il poeta necessita di una condizione ben precisa, per operare: la solitudine. Per cantare del mondo, bisogna scendere dalla sua folle ottovolante. Perché il canto sia ben modulato, tale da arrivare a ciascuno e da toccare tutti, il silenzio è imprescindibile. Il resto è cicaleggio, canea, inquinamento acustico. Solitudine, silenzio, ozio: non volendolo, abbiamo già tirato le linee essenziali per un ritratto di quella Orizzontalità che sarà fuoco dell’attenzione nel decimo numero della serie e che proprio qui fa la sua prima comparsa. Il riferimento, con ogni ovvietà, è a un’altra, impareggiabile tavola: quella con in cui Scaccia appare supino sul prato, dove continua a ruminare idee “oziose, senza un obiettivo immediato”, che però preferisce a quelle di matrice pratica, in quanto “hanno bisogno di più tempo per svilupparsi… portano alla poesia”. 

In un certo qual modo, il “dramma” inscenato ne La testa di Pasquino si svolge su due palcoscenici distinti: quello in cui Pasquino tenta, inutilmente, di passare il testimone a un iniziato che lo ripaga dei suoi ammaestramenti con una moneta di malazecca; quello in cui Scaccia può ultimare la trasmissione del suo lascito al solo allievo rimastogli lungamente fedele, vale a dire Mercurio, che come ben sappiamo saprà farsi massimo campione dell’Orizzontalità, divenendo lui stesso un “uomo orizzontale”, un “Oblomov all’amatriciana”. 

 

5.GIACOMO

Il cammino a ritroso di Scaccia può essere visto come una sorta di nostos omerico. Il professore ritorna sui suoi passi, per quelle strade che attraversava insieme a Loi, e, nel ritrovare la strada, egli ritrova se stesso, le sue emozioni, il suo passato, e anche un nuovo scopo e un nuovo viaggio. Come Odisseo anch’egli passa per varie prove, attraverso anche una “reductio ad feras” che ricorda proprio quella follia aruspicina dei culti pagani, perché, pare dirci l’autore, nel percorso a ritroso camminando sulle proprie orme è solo perdendo se stessi che ci si ritrova, ed è solo perdendo la strada che si scopre una nuova via. La conclusione di questo “nostos” rivela un colpo di scena finale inaspettato, con un collegamento diretto tra Loi e Scaccia attraverso Tarcisio, confermandoci, in quella visione in salsa cristologica che già permeava le figure di Loi e Tarcisio che Scaccia è il precursore di Loi, colui che era destinato a spianare la strada al nostro perdigiorno. L’addio di Scaccia a Roma si chiude con una scena superba, dove maestro e allievo, uno di fronte all’altro, si salutano reciprocamente, con una forza dei gesti che va oltre le parole e che ci riporta proprio all’ambientazione di stampo romantico del periodo affrontato.

Un ultimo ma non meno importante richiamo alla “testa di Pasquino” che dà il titolo all’albo: come già è stato detto in più di un’occasione, Bilotta ha sempre reso omaggio alle principali tematiche del periodo in cui la storia è ambientata; in questo caso non si può non notare come il rapporto tra il comandante degli Sbirri e la testa nel sacco siano un omaggio al racconto di E.A. Poe Il cuore rivelatore. il perfetto connubio tra letteratura romantica e gotica, alternato nelle doppie tragedie di Scaccia e del suo allievo, dimostrano sempre di più i punti di forza della serie, destinata a ritagliarsi di diritto un posto di rilievo nei fumetti di questa decade.

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