La follia di Thunderman – Zagor 636 (luglio 2018)

Scritto da Francesco Benati

17 Lug, 2018

Con La follia di Thunderman giunge a conclusione la storia di Zagor iniziata a maggio per i testi di Moreno Burattini e i disegni degli Esposito Bros.

L’albo di maggio aveva lasciato tutti più o meno perplessi. 94 pagine imbottite di flashback e altre amenità che hanno rallentato oltremisura la narrazione fino a quando, finalmente, l’albo di giugno ha fatto esplodere la vicenda, l’ha fatta entrare nel vivo, l’ha buttata addosso ai lettori. Dopo un inizio zoppicante, insomma, la faccenda ha ricominciato a farsi seria grazie ad un’avventura serrata e senza fronzoli ben illustrata dai fratelli Esposito, nonostante qualche sbavatura dovuta alla rapidità d’esecuzione.

 

 

La follia di Thunderman – Zagor 636

Soggetto: Moreno Burattini/Antonio Zamberletti

Sceneggiatura: Moreno Burattini/Antonio Zamberletti

Disegni: Esposito Bros./Marcello Mangiantini

Copertina: Alessandro Piccinelli

Arriviamo a luglio con la chiusura, ma prima di parlarne, facciamo un piccolo riassunto delle puntate precedenti.

L’uomo volante Markus e Thunderman, due vecchi nemici di Zagor, sono evasi di prigione con lo scopo di vendicarsi dello Spirito con la Scure. Lo scontro si sposta a Darkwood e il nostro eroe, fatto prigioniero dai prigmei di Markus, sembra subito in difficoltà. Tuttavia è lo stesso Markus a rischiare di più: accompagnato Thunderman alla roccia che brucia, ovvero il meteorite dal quale ha ottenuto i suoi poteri, rischia di morire in seguito alla pazzia dell’alleato. Thunderman, alias Alfred Bannister, non riesce a reggere l’ondata di energia emanata dalla roccia e impazzisce quasi completamente. Vistosi perduto, Markus chiede aiuto a Zagor.

 

 

Con questo albo si giunge alla conclusione, conclusione che, spiace dirlo, non mantiene le promesse fatte. Tutti quanti ci aspettavamo una trilogia completa, ovvero tre albi belli pieni, invece qui la storia termina poco dopo la metà. Sicuramente un dispiacere per gli amanti delle storie ad ampio respiro come il sottoscritto, anche se le cose sono meno gravi di quanto sembrano.

Nonostante una certa sensazione di frettolosità, infatti, Burattini riesce a dare alla sua storia un finale ricco di suspance grazie al doppio scontro di Zagor con i suoi due nemici, Markus e Thunderman, ricco di botte e di ribaltamenti di fronte. La chiusura vera e propria (ed evito gli spoiler) lascia ben intendere come per Burattini sia stato un vero calvario riportare in scena due personaggi della serie caduti quasi nel dimenticatoio. Thunderman, in particolare, è stato a suo tempo protagonista di una delle più brutte storie di Zagor, peraltro scritta da Tiziano Sclavi, il creatore di Dylan Dog, nel 1982.

Il finale della storia sembra voler dire mai più questi due! Insomma, il finale non è malaccio, ma resta il dispiacere per la chiusura un po’ affrettata e per la risoluzione molto rapida e quasi forzata di alcune situazioni. Nel complesso, la storia completa è senza dubbio più che buona.

Più che buoni anche i disegni degli Esposito Bros, autori di uno Zagor perfettamente in linea con la tradizione inaugurata dal maestro Gallieno Ferri quasi 60 anni fa. Aldilà di qualche imprecisione dovuta alla notevole rapidità d’esecuzione, il lavoro dei due fratelli è senza dubbio da ammirare.

 

 

Poco, pochissimo si può dire invece di Ashtonville, la breve apertura di una altrettanto breve storia che vede di nuovo in scena Rita ed Elias Duff, protagonisti di La palude dei forzati, un classico di Moreno Burattini di inizio anni ’00. Rita ed Elias sono tornati a vivere e lavorare nella città di Ashtonville, tiranneggiata però dal classico proprietario terriero.

Indovinate chi ha scritto questa storia? Ma certo, Antonio Zamberletti, il quale sembra più intenzionato a scrivere western puri che avventure di Zagor, ma tant’è. La storia potrebbe benissimo comparire su Tex con minime variazioni che non ci accorgeremmo neanche della differenza.

 

Ad illustrare il tutto, uno che con il western puro c’entra poco, ovvero Marcello Mangiantini, già visto di recente con il maxi I cosacchi dello Yukon. Autentico stakanovista del disegno, Mangiantini non si fa pregare e realizzare una prova tutto sommato nella media, anche se l’estrema rapidità di lavorazione (pare che il buon Marcello abbia dovuto realizzare questa avventura in fretta e furia per esigenze editoriali) non ha certo fatto bene al disegno, che il quale presenta sbavature di tanto in tanto.

 

 

Peccato, perché per Mangiantini si tratta del ritorno sulla serie regolare dopo circa sei anni e dispiace che il suo talento indiscutibile debba annegare in storie molto standard come quella appena iniziata.

Ciononostante la speranza è l’ultima a morire. C’è ancora un albo da leggere e speriamo che la storia decolli.

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