Le Antilogie di Mercurio: Ciao Core – Mercurio Loi n.15 (gennaio 2019)

29 Gen, 2019

“Ci dissolviamo per scelta, dentro un  Messia come fa un santo, o per distruggere noi stessi in una spirale che con ossessione si sceglie di scendere finché non resta più niente.”

 

Ciao Core – Mercurio Loi n.15

Soggetto e sceneggiatura: Alessandro Bilotta

Disegni: Andrea Borgioli

Copertina: Manuele Fior

Dialogo tra Chiara Cvetaeva e Giacomo Mrakic

CHIARA: Ha un che di funereo la nota introduttiva che fa da anticamera al 15esimo albo di Mercurio Loi, e l’effetto è quanto mai straniante: dopo una copertina dalle tinte tanto chiare e vivaci, con l’amore al picco massimo della sua fioritura e il “core” in bell’evidenza nel titolo, cala un’ombra di sconsolata desolazione e di tetro disfacimento. E tuttavia, parlando di dissoluzione, l’autore ci parla giustappunto d’amore: quel santo che con ferma risoluzione sceglie di dissolversi dentro un Messia potrebbe essere benissimo il san Paolo della prima lettera ai Filippesi, laddove  si legge desiderium habens dissolvi et cum Christo esse (che tradotto non proprio alla lettera suona come “desidero dissolvermi ed essere con Cristo”). Il cupio dissolvi paolino, il desiderio di un mistico annientamento nell’amato, non è che amore, anzi di più: è l’amore al sommo grado.

L’intero albo, in verità, somiglia quasi a una summa della fenomenologia amorosa, e ancora una volta è la letteratura a fornire un’impalcatura: c’è il richiamo scoperto all’Ortis foscoliano, insieme – forse – a quello un po’ più sotterraneo a Flaubert. Enrica, almeno per certi dati esteriori, ha un qualcosa dell’Emma Bovary flaubertiana: orfana di madre, si diletta anche lei di pittura. Va precisato che i rimandi di questo genere hanno un carattere puramente accidentale: è naturale, quasi fatale che le letture fatte si trasformino, per chi scrive, in un brodo di coltura nel quale allevare e nutrire idee nuove, partendo dalle vecchie.

E non c’è niente di più vecchio dei discorsi d’amore, ma una trattazione organica sull’argomento in un fumetto bimestrale di 98 pagine non la si era ancora vista. Risiede in questo l’eccezionalità di Ciao, core: nella capacità di sviscerare un argomento tanto rognoso in uno spazio tanto stringato.
Sono due, in quest’albo, i “maestri d’amore”: un gatto pezzato e Dante Fusco.

 

Il gatto, bianco e nero in parti uguali, s’aggira guardingo nel giardino di Diana che, trovatolo, decide di battezzarlo col nome d’Amore. Non è privo di importanza che proprio un gatto venga chiamato a impersonare l’amore: non esiste, forse, creatura più scostante e mutevole, nella quale non si capisce mai se sia più l’affetto o l’indifferenza. Al battesimo del micio, fa subito seguito il goffo tentativo di corteggiamento del professore nei confronti di Enrica; a un anno esatto da La somiglianza con una scimmia, il discorso viene ripreso da dove lo si era interrotto. Un caso? Come sempre, in questa serie, non c’è casualità che non abbia una sua causalità. Quest’avventura galante del professore si dispiega insieme alla storia consolidata, e tormentata, di Ottone e Diana, e non mancano significative tangenze tra le due vicende: se Mercurio mente a Enrica, inscenando ad arte un rocambolesco inseguimento per i tetti della Roma notturna, Ottone mente a Diana su un fatto di ben altra gravità.
Qui si scopre un punto sensibile del rapporto di coppia: non c’è relazione in cui non vi sia una componente d’impostura, perché “quando ci si innamora si comincia sempre con l’imbrogliare se stessi e si finisce sempre con l’imbrogliare gli altri” (si veda Diana a p. 62). Ma in nome di che cosa si mente? Per dare di noi stessi un’immagine migliore o peggiore dell’originale. Per impressionare l’altro con qualcosa che non ci appartiene. Perché l’altro ci appare con l’aspetto regale di una sovrana incoronata (così Enrica a Mercurio a p. 12) o con l’aspetto erculeo di un cacciatore di fiere (così Mercurio a Enrica a p. 38) e tutto ciò perché “il nostro sguardo trasfigura la persona amata” (vedi Dante a p. 90), mostrandocela “simile a un Dio”. Dante, da ometto di senno qual è, “temprato dalla vita” e “educato dal dolore”, è il solo che riesca a districarsi  nell’immane bailamme dei commerci sentimentali: è Dante a restituire limpidezza alle intorcinate dichiarazioni che il professore scrive nella sua lettera a Enrica; è Dante a tirare sommessamente le somme sull’intera questione, quando osserva che “l’amore è così… Un giorno ci si perde senza motivo e poi ci si rincontra come due estranei, salutandosi con frasi di circostanza.”
L’amore è così: un prisma di cui Bilotta ci mostra in bell’ordine i volti cangianti, con un enorme sforzo di sintesi e concentrazione.

GIACOMO: Proprio dal gatto vorrei recuperare il filo per imbastire il mio ragionamento. Presso gli antichi Egizi la dea Bastet veniva raffigurata come un gatto dalle sembianze antropomorfe. Bastet era considerata la dea della casa e della famiglia, ma, in origine, dato il carattere predatorio tipico dei felini era anche la patrona della guerra dell’Alto Egitto. Come sempre Bilotta si diverte a disseminare riferimenti colti nelle sue storie e in questa puntata è il gatto, simbolo di Bastet, dagli albori animale esoterico e misterioso, araldo del femmineo, ad accompagnarci come animale simbolo dell’albo. Come una divinità lunare, la presenza del gatto si manifesta per tutto l’arco narrativo seguendoci fisicamente e spiritualmente.

Non è del resto simbolo del destino, quasi una divinità psicopompa, il gatto pezzato “Amore” (nomen omen) che viene accolto da Diana? D’altra parte non casuale che il gatto, nel mondo greco e romano, venisse associato anche alla Dea della Caccia, di cui l’amata da Ottone porta il nome. Anche in questo caso il gatto si presenta caratterizzato dai due colori manichei per definizione, bianco e nero in parti uguali, rappresentandolo in maniera perfettamente circolare, così come tanto piace a Bilotta, nei pressi del pozzo, simbolo della profondità, dell’oscurità, della morte. E, come in un romanzo di Edgar Allan Poe, anche qui il gatto sarà presagio di avvenimenti funesti. Il gatto non è da intendersi solo fisicamente, ma anche spiritualmente, nel comportamento scostante e avventuroso di Enrica, nella storia d’amore che la legherà a Mercurio Loi.

In questo numero, trova l’esatta conclusione dell’albo numero 9 La somiglianza con una scimmia. Se Loi è la scimmia, il dionisiaco, Enrica è la gatta, l’apollineo. L’immedesimazione è quasi totale ed è lei stessa a dirlo direttamente a Dante Fusco. Non si può non osservare peraltro un velato richiamo al personaggio di Selina Kyle nei fumetti DC, sia nella mise che Enrica indossa nelle sue scorrerie sopra i tetti della notte romana, sia nella condotta indipendente ed orgogliosa che essa tiene con Mercurio, che s’immedesima invece nel crociato di Gotham (e i disegni di Borgioli, con il mantello svolazzante di Loi, ce lo fanno associare con grande forza).

Tornando al fulcro della storia, l’amore, anche in questo caso Bilotta riesce a darci uno spaccato di vita umana, scavando dentro i nostri sentimenti. Chiunque di noi ha amato, ma sicuramente ben pochi sono riusciti a comprendere così bene l’amore come il giovane Dante Fusco, che, pur nella sua giovane età, riesce a rendere quasi ridicoli e patetici i barocchi e prolissi tentativi del Professore di dichiararsi e di manifestare la purezza dei suoi sentimenti ad Enrica. Eppure l’amore è così e, più si cerca di uscirne vincitori, più si finisce per rendersi ridicoli agli occhi della persona amata, come succede a Loi, che, in questo numero, ci si mostra mendace e capace di reazioni e di sentimenti profondi ed umani.

Esemplare è la scena del funerale del colonnello Belforte, dove il professore cerca di sminuire il rapporto che lo legava al Colonnello, per poi abbandonarsi ad un pianto liberatorio lontano dallo sguardo della folla. Ma l’imprevisto, in Bilotta è sempre in agguato e una cosa come l’amore, che già di per sé è complicata, non poteva che ingarbugliarsi ancora di più, fino ad un finale inaspettato e romantico, che ci fa ben tastare la Sehnsucht che promana dal periodo storico e letterario in cui la serie è ambientata. Non possiamo poi non soffermarci su due piccoli spunti di riflessione: si conclude in questo numero la parte di storia che riguarda Sciarada. Galatea si fa sempre più somigliante a Dorian Gray, come già rilevato da te in Tempo di Notte.

E come Dorian Gray il destino ineluttabile finisce per chiedere il conto di tutte le scelte fatte. Per ultimo rimane da analizzare la figura di Tarcisio e il rapporto che lo lega ad Ottone. Tarcisio, dopo gli scorsi numeri che ci hanno dato qualche indizio, si presenta chiaramente non più come una semplice figura mefistofelica, ma come una vera e propria manifestazione dell’Anticristo. Egli è un alter Christus, morto e risorto, però perverso e dedito al male, e, come il serpente nell’Eden, si frappone tra Ottone e Diana apparendo sempre in penombra, con una particolare pettinatura che mette in risalto due ciuffi a guisa di corna. Il suo comportamento nei riguardi di Ottone poi sfiora il mellifluo, con una valenza caricaturale che sottintende un’attrazione quantomeno psicologica, dimostrata nella scena in cui abbraccia un Ottone ormai succube e disperato. Il disegno, in toni chiaroscurali, richiama in maniera impressionante il quadro di Ilja Efimovic Repin Ivan il terribile e suo figlio Ivan.

 

 

La somiglianza è talmente forte da non essere sicuramente un caso. Questa immagine può essere letta quasi come una anticipazione di ciò che ci aspetta nel prossimo numero. Tarcisio è identificato con Ivan il Terribile, che nell’opera artistica di Repin è ritratto nel momento in cui rinviene dal lampo di follia durante il quale ha ucciso suo figlio. Ottone, nel magistrale disegno di Borgioli, viene calato nei panni di Ivan Ivanovic, figlio di Ivan IV, il Terribile. Questa immagine, molto forte, cruda, ci ricorda che Tarcisio è un araldo della follia, che Ottone è una sua creatura, come Ivan Ivanovic lo era di Ivan IV, e che, come lo Zar ha ucciso suo figlio, anche Tarcisio è disposto ad uccidere la sua creatura per i suoi scopi abietti.

È interessante rilevare che, a livello storico, dopo la morte di Ivan Ivanovic, la storia russa, fino all’avvento dei Romanov nel Seicento, prende il nome di “periodo dei torbidi”. Un caso? Chissà, Mercurio Loi ci ha abituato a questo e ad altro; rimane pertanto da attendere la chiusura dei giochi nell’ultimo numero, con la certezza che finalmente riusciremo a vedere oltre il velo.

 

CHIARA: Noto compiaciuta che entrambi abbiamo schivato, a bella posta, il rischio di trasformare questa antilogia in un epitaffio della serie. La chiusura annunciata è stata una revolverata per tutti, ma sarebbe di un incredibile cattivo gusto far rintoccare la campana a morto per un fumetto di tale, inesauribile vitalità. Muoiono uomini, epoche e idee. Gli immaginari no: quelli restano e continuano a prosperare.  Quindi Mercurio è vivo. E ciondola con noi.

E continuerà a ciondolare perché noi di FumettiAvventura riprenderemo la rilettura dei primi numeri di Mercurio Loi e Chiara e Giacomo ci guideranno in nuove appassionanti antilogie per chiudere (o continuare a riaprire) anche la loro serie di riflessioni dialogate!

 

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