Oltre il Confine – l’Art Portfolio (novembre 2018) 1° parte

Scritto da Paolo M.G. Maino

13 Gen, 2020

Forse molti non sanno che il progetto  cross-mediale Il Confine della Sergio Bonelli Editore, annunciato a Lucca 2017 e uscito in formato albo cartonato da libreria a Lucca 2019 (in fiera coi primi tre volumi addirittura, mentre per ora in libreria è disponibile solo il primo volume La neve rossa di cui ci siamo occupati), ha avuto anche uno stupendo e ovviamente pieno di misteri Art Portfolio nel 2018.

Si tratta di 12 illustrazioni in grande formato (40×28) disegnate da altrettanto grandi artisti: Carlo Ambrosini, Alessandro Barbucci, Giacomo Bevilacqua, Massimo Carnevale, Gipi, Shintaro Kago, Tanino Liberatore, LRNZ, Emiliano Mammucari, Giuseppe Palumbo, Rita Petruccioli, Danijel Zezelj. Illustrazioni splendide ma non sempre facilissime da interpretare (volutamente). E in aggiunta questo particolare Art Portfolio (prodotto ad oggi in 599 numeri, io ho comprato il 137) ha anche una sezione narrativa: il retro delle dodici illustrazioni presenta il racconto Gli squarci della montagna scritto da Mauro Uzzeo e Giovanni Masi. Da ultimo (ma non credo di per sé meno importante): la sezione a racconto è segnato da una linea rossa… e unendo tutte le linee rosse si crea un unico tratto rosso a semicerchio, ovvero il fantomatico Confine.

 

 

Oltre il Confine: l’Art Portfolio 1° parte

Come già sapete, la sezione Oltre il confine si occupa non solo di recensirvi tutto quello che nei vari media uscirà sotto l’etichetta de Il Confine, ma a questo aggiungerà anche dei tentativi di interpretazione, delle ipotesi di strade da percorrere o magari da abbandonare per arrivare alla soluzione dell’enigma o meglio degli enigmi che questo complesso affresco cela.

Dopo aver presentato il primo numero del fumetto disegnato da Giuseppe Palumbo e in attesa a fine gennaio di scoprire dove ci porterà il secondo volume Sotto l’arco spezzato affidato alle matite e alle chine di Bruno Canucciari, inganniamo il tempo aggiungendo una più dettagliata recensione del portfolio sia per quel che riguarda le illustrazioni sia per gli indizi che sono presenti nel racconto in prosa.

Pronti? Partiamo dal racconto.

SPOILER (ovviamente!)

La mattina della partenza del pulmino della classe (quello che scompare e poi riappare in una posizione decisamente improbabile alla fine del primo numero La neve rossa), due operai della ditta telefonica devono fare un faticoso intervento di manutenzione ad una centralina sperduta in una gola del Monte Longo. Casualmente assistono alla partenza della scolaresca, si spostano con il loro furgoncino e quindi iniziano la scarpinata in mezzo al bosco per arrivare alla centralina. Il racconto è narrato in prima persona da uno dei due operai, ma mentre per l’altro conosciamo il nome, Livio, il narratore resta anonimo. 

L’io narrante si mostra turbato fin da quando iniziano la camminata e continua a voltarsi con la sensazione (suggestione?) che «qualcosa fosse strisciato improvvisamente alle sue spalle» [mie nell’originale]. Arrivati alla centralina accade un fatto assolutamente inspiegabile: un lampo che «non arrivò dal cielo, ma dalla montagna stessa». La realtà perde i suoi connotati consueti e il protagonista vive esperienze folli e non razionali. Si trova parzialmente immerso nella parete dei muri della centralina, tocca i circuiti elettrici e ad un certo punto vede una ragazzina della classe che prova ad aggrapparsi a lui mentre sta lievitando sollevata da terra e avvolta da una «fiamma di sangue… una specie di aureola blasfema che circondava quel volto sorridente». 

La scena si interrompe bruscamente e il narratore si trova di nuovo apparentemente nella realtà consueta dove vede il corpo del suo collega Livio scaraventato da una forza invisibile poco distante da lui. Nella corsa cade e ruzzola in una radura al centro della quale c’è un uomo seduto vicino ad un fuoco: Livio? Ma mentre tutta la realtà attorno vortica a ritmi innaturali, la fiamma del fuoco è immobile «come se qualcuno avesse premuto il pulsante di pausa su un telecomando».

E come il fuoco anche Livio è prigioniero di un tempo che non scorre, sfigurato in volto da una lunga cicatrice. Di nuovo un altro fatto impossibile sconvolge il narratore perché poco lontano vede un altro uomo in tuta arancione (quella di Livio) che si sta allontanando. Prova a raggiungerlo e di nuovo vede il volto di Livio con la stessa cicatrice e poi ancora un altro e un altro ancora, in una moltiplicazione degli elementi della realtà folle e angosciante… una moltiplicazione che diventa ben presto una deformazione altrettanto folle e innaturale. La stessa moltiplicazione e duplicazione tocca all’io narrante che come Livio urla tutto il suo dolore fino a svenire.

Il racconto si conclude all’ospedale dove il protagonista si risveglia dopo essere stato trovato sotto una valanga. Livio? Anche lui si trova all’ospedale, ma pare non aver più coscienza. La disumana conclusione del protagonista è che «i soccorritori non erano riusciti a salvare […] l’amico… ne avevano trovato SOLTANTO UNA PARTE».

Alla luce del primo volume il racconto assume ora un significato più pieno perché conferma il tema di un confine che non è solo spaziale ma è anche temporale o forse più genericamente ‘dimensionale’ nell’accezione che Lovecraft ha cominciato a dare al termine ‘dimensioni’: realtà contigue che obbediscono a principi differenti sia dal punto di vista fisico sia dal punto di vista anche morale (quando ad esempio vediamo in azione nei racconti del maestro dell’incubo esseri di altre dimensioni).

Effettivamente le spie linguistiche della lezione lovecraftiana sono parecchie nel testo di Uzzeo e Masi. Il racconto in prima persona, l’epifania finale indicibile e non comunicabile al resto del mondo, l’accostamento di aggettivi e nomi che normalmente non si accompagnano, il lessico dell’impossibile, dell’ultra-terreno o del sovra-naturale, l’orrore che entra dentro le pieghe delle quotidianità. Senza addentrarmi nelle citazioni delle scene che più descrivono il perdersi degli orizzonti consueti cito un breve passaggio di pagina 5:

«Stavo in piedi ad ascoltare l’elettricità nell’aria e Livio che sbuffava. Feci vagare lo sguardo lungo le gole proprio sopra di noi. Erano oscenamente imponenti, viste da lì. Quattro squarci neri lungo il fianco, come se un leviatano avesse artigliato la montagna. Immaginai il sangue scorrere copioso da quelle titaniche ferite, sollevando una valanga do neve che scendeva mugghiando, investendoci in pieno, colpendo il furgone e arrivando alla valle dopo aver tinto i boschi di rosso scarlatto. Arrivai persino a sentirlo, l’odore di tanto sangue…»

Da una realtà consueta (la manutenzione di una centralina: cosa c’è di più banale pensando alle line telefoniche italiane??), l’immaginazione del protagonista anticipa l’innaturalità di quanto sta per accadere e lo fa con alcune scelte linguistiche oculate: oscenamente imponenti, come se un leviatano avesse artigliato la montagna, titaniche ferite. In conclusione la dislocazione a sinistra finale inarca la narrazione fino alla sanguinolenta immagine: «Arrivai persino a sentirlo, l’odore di tanto sangue…».

Ma si potrebbero fare altri esempi che oggi mi fanno comprendere meglio anche la scelta di prendere a riferimento per la realizzazione del Gioco di ruolo de Il Confine il sistema de Il Richiamo di Cthulhu, pluripremiato gioco che si ispira ovviamente alle atmosfere lovecraftiane. Direi che quello che accade al protagonista meriterebbe almeno un tiro contro la sua sanità: se fallisce il tiro del D100, allora il protagonista può perdere fino a 2D10 di punti Sanità!

Se avete letto il primo numero, il racconto porta in scena alcuni elementi che Palumbo ha rappresentato su carta: le misteriose figure avvolte in una ‘blasfema’ aureola di fuoco, lo sfaldarsi o il ripetersi in loop del continuum spazio-tempo, la perdita del senno (l’autista che diventa un folle uomo selvatico), il penetrare nella roccia fino a fondersi con essa (la misteriosa vignetta della prima tavola?)… ma tutto questo cosa vuol dire? Perché accade? Ha un senso? 

E le illustrazioni?

Beh, direi che ne parliamo in un altro articolo. Bisogna rifletterci sopra con calma!

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