Le Antilogie di Mercurio – La legge del contrappasso. Mercurio Loi 2 (giugno 2017)

26 Ago, 2019

 

GIACOMO: Il Contrappasso è quel principio che regola la pena per i rei mediante analogia o contrario rispetto alla natura della loro colpa. Nell’immaginario mercuriale è anche il nome di un criminale che, col capo cinto da un elmo specchiato, si aggira per le notti romane,  per stanare quei suoi concittadini che più incarnano le storture e le ipocrisie del potere pontificio. Spetterà a Mercurio indagare durante le celebrazioni del carnevale romano. Insieme al fido Ottone, il perdigiorno sfoggia una mise che conferma l’immedesimazione del fantomatico duo con Batman e Robin (la maschera con mantello nero di Loi e la tenuta rossa di Ottone sono un richiamo lampante). Ma anche il Contrappasso ha i suoi segreti e l’intera storia si muove su un doppio binario, tra il filosofico-meditativo e il poliziesco-investigativo, senza farci mancare piacevoli digressioni amorose. Il tutto, in una Roma carnascialesca in cui si fa fatica a separare il vero dalla finzione “festiva”. E non so se questa fatica l’abbia percepita anche tu.

La legge del contrappasso. Mercurio Loi 2

Soggetto e sceneggiatura: Alessandro Bilotta

Disegni: Giampiero Casertano

Colori: Stefano Simeone

Copertina: Manuele Fior

 

CHIARA: Mah… Io, per parte mia, credo che alla nuda verità si possa associare senza fallo un attributo. Ma un attributo nel senso stringente della filosofia, relativo cioè a una qualità immanente, sostanziale dell’oggetto da definire. La nuda verità è inammissibile, irricevibile per gli occhi come per l’intelletto. «La verità reale è sempre inverosimile […] Per rendere la verità più verosimile, bisogna assolutamente mescolarvi della menzogna». Così si pronunciava il Grande russo.

Fingere è imperativo, perché si possa vivere con se stessi e con gli altri. Mostrarsi nuda persona sarebbe né più né meno che un’indecenza sociale. Bisogna che le vergogne della nuda faccia vengano coperte con una maschera, con una pietosa foglia di fico che ci renda socialmente presentabili, occultando il poco che siamo e il molto di cui manchiamo. Credo sia questo il nervo pulsante dell’introduzione bilottiana. D’altra parte, l’interesse quasi anatomico che l’autore ha per le maschere trova riscontro anche nell’ultima storia di Bilotta&Ponchione per il DYD Color Fest n. 30 (come già Lorenzo Barberis e Manuel Enrico hanno notato, segnalando peraltro come l’episodio grouchiano faccia pendant con il secondo numero di Loi). Ganglio della detta introduzione, il passaggio in cui si richiama il significato latino della parola persona. Dapprincipio, persona era la maschera scenica indossata da ciascun personaggio negli allestimenti teatrali. Da qui l’uso (conservatosi sino al primo Novecento) di riferirsi al personaggio con l’espressione perifrastica dramatis persona, e cioè “maschera dell’azione”.

Ma la maschera risponde a una sua fisiognomica, e credo che un primo, marcatissimo tratto sia quello sociale: l’azione drammatica è corale, quindi bisogna che vi compartecipino più maschere. Il dato etimologico trova una sponda nell’antropologia culturale: ne La via delle maschere, C. Lévi-Strauss liquidava come illusoria l’idea  «di poter interpretare isolatamente una maschera […] essa presuppone sempre altre maschere». Un secondo tratto definisce la fisionomia della maschera, ed è quello mortuario: non è improbabile che la persona latina sia figlia della phersu etrusca, la maschera funeraria indossata dall’enigmatico personaggio che appare nelle pitture rupestri delle tombe etrusche di Tarquinia e Chiusi.

Magari debordo, buttandola sul funerario, però credo che per mascherarsi della propria “persona sociale” si debba accettare un patteggiamento: morire un po’ a se stessi per poter vivere con altri. E però ci si muove su di un crinale pericoloso, perché il tramezzo tra la persona che si maschera e la maschera che si personifica fa presto a saltare in aria. La maschera, il costume di scena, lo specchio: sono queste le stelle fisse che hanno orientato la mia lettura, ma si sa: con Mercurio non fai mai in tempo a salpare che già ti ritrovi a navigare in mare aperto, con un dirottatore provetto al timone.

GIACOMO: Ah, a proposito di specchi: sai com’è nata la superstizione sui sette anni di disgrazia che ci si procura rompendo uno specchio? È nata nell’antichità, quando gli specchi venivano prodotti mescolando al vetro parti di argento, rendendoli preziosi e costosi. Lo specchio è, in questo albo, un muto simbolo della condizione umana. L’uomo si distingue dagli altri animali per la coscienza di sé, ma questa coscienza, pur appartenendoci, non ci definirebbe, se non fosse per la nostra capacità  (e in verità anche in qualche altro primate) di riconoscere la nostra figura riflessa.

Lo specchio è anche un portale verso infinite realtà parallele, quelle realtà che la sarta Eleonora si immagina all’inizio dell’albo, un modo come un altro di uscire da quella povertà e semplicità della Roma popolana il cui unico limite è quello della fantasia. In questo ci viene in aiuto Lewis Carroll, con la sua  Alice attraverso lo Specchio, che è metafora nemmeno troppo velata del concetto di portale verso altri universi. Se lo specchio si trasforma in un portale, esso lo è non solo per altre realtà, ma anche dentro noi stessi.

È questo il significato nemmeno troppo nascosto dell’elmo riflettente del Contrappasso. Come noi guardiamo nello specchio, lo specchio guarda noi, arrivando a mettere a nudo le meschinità del nostro ego e i nostri peccati. Del resto i termini “Riflesso” e “Riflessione” hanno la stessa etimologia pur appartenendo a due sfere diverse della nostra vita.

 

 

CHIARA: Per chi ha una mente abbastanza oziosa, l’etimologia non è mai avara di fascinose suggestioni: l’habitus dei latini indicava al contempo l’aspetto esteriore, il temperamento, il capo d’abbigliamento, la disposizione di spirito e… L’abitudine. Una sarta, come appunto Eleonora, conosce l’abito quanto lo specchio, e quindi ha tutte le qualifiche per poter dire «purtroppo lo specchio ci riflette solo al contrario… Quindi ci sa come siamo veramente?»

La maschera, l’abito, lo specchio… Motivi che compaiono già nella prima, fantasmagorica tavola di Casertano. Nella prima vignetta, il lettore può credere di trovarsi dinanzi a due volti identici e speculari, ma man mano che l’occhio scorre, l’espediente illusionistico si fa manifesto: i due visi sono il motivo tornante di un drappo. Nella tavola a seguire, il drappo si fa cinturino di un costume: l’ha indosso un’attrice improvvisata, che passa fulmineamente da un ruolo all’altro, in uno spericolato “gioco delle parti”. Solo nella quarta tavola si guadagna uno spettatore: lei stessa, perché come apprendiamo in questo vertiginoso crescendo rivelatore, la nostra filodrammatica recita specchiandosi. Se alla fine della performance voglia fischiarsi o applaudirsi non c’è dato saperlo. Certo è che a risultarle realmente ingrata è la sua parte “sociale” di moglie, madre e sarta (perché altri non è che la succitata Eleonora).

GIACOMO: Permettimi di aprire una parentesi. Un aspetto che sembra passare sottotraccia in questo albo, ma che in verità è molto interessante, è il filo diretto tra musica e storia. Bilotta riesce a collegare con forza due aspetti antitetici: musica e letteratura. Pur essendo il fumetto una forma d’arte disegnata, si riesce a percepire, nell’arco delle vignette, lo spandersi della musica, sia nei momenti in cui Eleonora si immagina di vivere la vita delle principali protagoniste delle opere liriche (è questo il “gioco delle parti” che hai già scovato tu), sia quando Amalia si dedica al bel canto durante l’audizione. Anche in questo caso la minuzia dell’autore è tale da richiamare le principali opere liriche dell’epoca, dandoci uno spaccato tra antico e moderno, con un nemmeno troppo velato rimando alla corruzione, ai compromessi e alle molestie che spesso nel mondo dello spettacolo diventano un grave e triste prezzo da pagare per la fama, dimostrandoci sempre più come certe meccaniche siano purtroppo sempre state uguali nel corso della Storia.

 

 

CHIARA: In questo numero non c’è organo di senso che non venga esaltato: oltre alla eccezionalità della resa fonica, bisogna che si faccia battere la grancassa sulla straordinarietà della resa visiva (che in fatto di “impressività”, per me, trova un parallelo solo ne L’uomo orizzontale).

Il “gioco delle parti” si tiene in parallelo col “gioco dei contrari”: c’è una vignetta (l’ultima di p. 22) che a un primo impatto mi ha fatto trasalire. Vediamo il titolare della sartoria quasi frontalmente, ma la pipetta del suo balloon se ne sta da tutt’altra parte, come se lui fosse un ventriloquo e a parlare fosse un suggeritore da una botola. Solo nella pagina successiva si capisce che sono gli specchi presenti in bottega a produrre questa doppiezza visiva costante. L’immagine del ventriloquo mi dà l’assist per arrivare a un’altra osservazione: quella sull’ossatura teatrale dell’impianto narrativo.

I dialoghi si susseguono a tamburo battente, come se si trattasse di una pièce. E lo è: ne è sicura Amalia a pagina 87, quando dichiara senza mezzi termini che tutti hanno recitato delle parti, che tutta la vicenda è stata una menzogna. Il discorso drammaturgico si disarticola, e il dramma volge in farsa. Proprio Amalia, ritrovato il “piacere dell’onestà”, va incontro a Mercurio per riferirgli i fatti come stanno, per chiamare le cose col loro nome. La sua maschera è quella della costernazione, ma finalmente è una maschera nuda (scontato da parte mia ricorrere a Pirandello, ma è “la prevedibile virtù” di una triste formazione libresca).

Alla fine, non è il sipario a cadere sulla finzione. È la finzione a rovinare su se stessa.

Ho amato La legge del contrappasso. Forse, tra tutti i numeri, è quello che sul piano del racconto visivo e sul piano della fabula ambisce a volare più in alto, col rischio di spezzarsi le gambe. Invece ci regala meravigliose aperture alari. Poteva venirne fuori una costruzione terribilmente macchinosa. Invece si è rivelato un dispositivo in cui la  precisione ingegneristica sa fare il paio con la grazia architettonica.

GIACOMO: Un’ultima considerazione vorrei spenderla sull’Amore, che diventa occasione di speculazione (altro richiamo allo specchio e alla riflessione). Mentre in Ciao Core l’oggetto di approfondimento era l’amore vissuto, così in La somiglianza con una scimmia si analizzava l’amore passionale/animalesco, in questo numero ci si rende conto che l’oggetto è l’amore insoddisfatto e infelice. Nel caso di Eleonora, essa diviene vittima di una passione saffica che la condurrà a rimettere in discussione tutte le sue certezze, compreso il rapporto con il marito e con i figli. Esemplare è la conclusione della sua microstoria, dove il figlio la viene a cercare indossando una maschera; simbolo muto del fatto che anche lei, pro bono pacis, si rassegnerà a vivere per sempre nascosta da una maschera, accudendo una famiglia che ormai non è più sua se non nominalmente, dato che il suo cuore ormai appartiene ad un’altra persona. Dall’altro lato abbiamo invece Amalia, vittima di quel gioco di incastri e di vita ottocentesca che erano i matrimoni per procura.

Emblema della condizione di amore infelice è il bacio sulla fronte che Eleonora e Mercurio riservano ai loro partner. A differenza del bacio catulliano, atteso sulle labbra, esso è la dimostrazione di una distanza fisica e, soprattutto, emotiva tanto da portare Amalia a riflettere con Mercurio sulla bontà dei reciproci sentimenti.

Per concludere vale la pena spendere un paio di parole sulla figura del Contrappasso: in lui si incarna lo spirito di vendetta: una vendetta lucida, spietata, feroce, ma al tempo stesso misteriosa. Di lui non si conoscono le ragioni che lo muovono, ma se ne conosce solamente lo spirito. Esso pertanto incarna il caos primigenio, con una vena di razionale follia, data appunto dalle sue azioni volte a richiamarci quella legge suprema che regola l’inferno dantesco. La sua fine avviene proprio per mano di una sua vittima, concludendo circolarmente, concetto tanto caro all’autore, quella spirale di follia che muoveva la sua mano, con una caduta dai tetti che un po’ ci ricorda la fine del Joker del Batman di Burton (altro richiamo al cavaliere oscuro).

Anche questo numero si conferma pertanto un numero di qualità, che, ad una attenta rilettura, ci permette di ricollegare certe tematiche ai numeri successivi, in un connubio perfetto che aumenta il senso di immedesimazione all’interno dell’universo del nostro caro perdigiorno romano.

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