Le antilogie di Mercurio: Nascondino (Mercurio Loi n.14)

29 Nov, 2018

Uno dei saggi più interessanti di Huizinga è Homo ludens e il gioco è il tema di questo numero di Mercurio Loi… gioco che è centrale per la vita dell’uomo, gioco che troppo presto perde l’uomo e sopratutto l’uomo dall’illuminismo in poi e allora torniamo a nasconderci e giochiamo con le antilogie di Chiara e Giacomo! A voi lettori doppiamente perdigiorno che vi perdete con Mercurio e anche un po’ con la nostra rubrica bimestrale!

 

Nascondino – Mercurio Loi n.14

Soggetto e sceneggiatura: Alessandro Bilotta
Disegni: Massimiliano Bergamo
Colori: Nicola Righi
Copertina: Manuele Fior
Dialogo tra Chiara Cvetaeva e Giacomo Mrakic
GIACOMO: «Vi sono più cose in cielo e in terra Orazio di quante ne sogni la tua filosofia». Questa citazione del Bardo ben si presta anche per definire il numero di Mercurio Loi di questo bimestre e, come il principe di Danimarca, possiamo dire che il marcio non alberga solo nel castello di Elsinore, ma anche nella Roma ottocentesca, dove gli intrighi sono all’ordine del giorno, soprattutto a Sciarada.
Come sempre Bilotta si diverte a inserire piccoli o grandi rimandi nel dipanarsi della trama, e anche questo numero, che potrebbe sembrare di transizione, in realtà, ad una più profonda lettura ci racconta più di quanto potrebbe sembrare e ci fornisce interessanti spunti di riflessione.

 

 

CHIARA: Che Mercurio Loi debba essere letto in filigrana, per me, è ormai da molti  bimestri un indiscutibile dato di fatto. Non basta che la pagina la si giri: bisogna metterla in controluce e gualcirne i margini a furia di ritornarci sopra. Se una lettura è poca cosa, infatti, una rilettura può essere persino meno.
GIACOMO: Bilotta, in questo numero, continua a sviluppare, con la maestria di un burattinaio, la storia del nostro caro perdigiorno andando a toccare, con un grande scossone, non solo la vita di Loi, ma anche quella dei personaggi di contorno, finendo per chiarire alcune delle domande che erano rimaste in sospeso nei precedenti numeri.
Che dire quindi di Ottone? La figura di Ottone pare aver preso il posto di quella del colonnello Belforte, con un destino tragico e preannunciato che deve compiersi. La differenza tra Ottone e Belforte è però chiara e netta: mentre il colonnello, nel suo avvicinarsi all’incontro fatidico con il suo triste fato, ne traeva una catarsi liberatoria, Ottone pare invece destinato ad essere consumato dai dubbi e, anziché trarre occasione per una crescita interiore che possa permettergli di elevarsi, sembra, come si evince dalle parole dello stesso Loi, essere destinato ad una lenta discesa verso il lato oscuro dell’anima. Una «discesa nel Maelstrom» dello spirito, dalla quale, a differenza dell’opera di Poe, non è data possibilità di risalire.
Molto esemplificativo è l’incontro tra Ottone e Dante nel corridoio di casa del professore, con un ideale cambio della guardia tra l’antico e il nuovo allievo. Loi non cessa di essere maestro, non cessa di cercare di far emergere il potenziale nascosto nelle persone che accudisce sotto la sua ala protettiva, ma niente può fare per Ottone, tranne comprendere che il libero arbitrio appartiene a ciascuno, ed ognuno di noi ne deve usare come meglio crede, a costo di pagarne le conseguenze.
Diventa inoltre un’interessante chiave di lettura l’incipit dell’albo, che ci mostra una versione inedita del colonnello Belforte, così come non ci eravamo mai immaginati. Da figura riflessiva e malinconica a mano armata delle guardie pontificie il salto è lungo, seppure collocato nel passato del Colonnello. Il richiamo a tristi e recenti fatti di cronaca, dove l’abuso della forza pubblica sfocia nel comportamento criminale è un monito e anche un’accusa a questi tempi moderni, dove il confine tra vittima e carnefice diventa molto labile quando lo stato di diritto diventa mera burocrazia. Sarà forse questa immagine quella che si è presentata agli occhi del colonnello Belforte nella chiusura del numero 12 Una settimana come tante? Considerato l’amore per la struttura circolare di Bilotta, ormai un classico della serie, vista la particolare anularità (chiusura in albo 12, apertura in albo 14) viene quasi da pensare che non sia un caso.
CHIARA: Capisco la tua attenzione per l’aspetto strutturale della serie, ma credo in tutta schiettezza che ne sovrastimi l’importanza. La trama, dacché la serie ha avuto inizio, è sempre stata di un’incredibile evanescenza, e mi ci sono voluti non pochi numeri per capirne, una volta per tutte, la natura pretestuosa. Mi spiego meglio: i fatti che nel loro complesso dovrebbero incastrarsi gli uni con gli altri e concatenarsi in una storia, spesso si risolvono in puri pretesti per parlare d’altro. In Tempo di notte ho scritto di un intreccio sfilacciato. Nel caso di Nascondino, l’intreccio è addirittura sbrindellato.
Questa considerazione ha un doppio valore: riguarda la sostanza come anche la forma che definisce Mercurio Loi. C’è forse un genere in cui lo si possa in tutta coscienza incasellare? Genere storico? Genere giallistico? Genere realistico? La storia, il giallo, la realtà, sono ancora una volta dei pretesti per andare a parare altrove. Il professore gioca a rimpiattino non meno dei personaggi di quest’albo: fugge dalla banalità e dalla volgarità delle classificazioni di genere, disfa le maglie costrittive delle categorizzazioni, forza le grate delle consuetudini e delle convenzioni narrative. Sembra dirci, con divertito autocompiacimento, “me ne frego”. E tutto ciò è salutevole, perché questo menefreghismo sottende una qual certa giocosità infantile, che è propria del personaggio come anche del suo autore: Bilotta non è uno sceneggiatore mestierante, un consumato artigiano della scrittura che confeziona le proprie storie con lo stesso, stanco automatismo con cui un impiegato del catasto rileva un terreno. Sono molti, anzi troppi i buoni autori che si limitano a compiere il loro lavoro con fredda e calcolata professionalità, e questo, pur non impedendoci di apprezzarli, certo non aiuta a renderceli cari. Il creatore di Mercurio Loi, in ogni caso, non è nel loro numero.

Il gioco, quindi: questo è per me il vero fuoco della questione. Tutti, in quest’albo, giocano a nascondersi: i grandi come i piccini. E ogni piccino sembra un grande miniaturizzato: se Dante somiglia a un Ottone fanciullo, Gabriella è come avrebbe potuto essere la Diana bambina, e tra i pischelli scorrazzanti non manca neppure un Tarcisio in formato mignon. C’è poi Galatea, che però la decrepitezza l’ha conosciuta prima del tempo. Quello dei bambini, a ogni modo, è un gioco adulto, che manca del tutto di spensieratezza e candore, ma su cui anzi s’allunga un’ombra di gravità. È un gioco serio, compìto, di quelli che comportano una precisa assunzione di responsabilità. Niente a che vedere col gioco triste e meschino dei grandi, che si nascondono, sì, ma come i sorci. Il paragone tra i grandi fuggiaschi e i topi è insistito: gli adulti fuggono per semplice spirito di autoconservazione, e la loro somiglianza coi ratti consiste esattamente in questo, ossia nell’ingloriosa attitudine alla sopravvivenza. Ce lo insegna l’etologia: solo i topi possono resistere a temperature dai – 40° C ai + 60° C, bere acqua inquinata, uscire illesi da shock elettrici fino a 220 volt, cibarsi di qualsiasi sostanza organica disponibile, rodere il ferro, il piombo e il calcestruzzo. Come i topi, infine, i grandi si nascondono nei cunicoli, mentre i ragazzini partecipano a questo generale rimpiattino all’aria aperta. Questi, sin qui, sono “i due lobi” del mio ragionamento, i due corni della questione, ma anche nel momento in cui li si afferra, il quadro d’insieme rimane una messe di brandelli irrisolti.

Al lettore spiazzato e perplesso, anche in questo numero l’autore sembra voler sussurrare il suo benevolo ed ilare “me ne frego”. Ed è questo a rendercelo caro.

 

GIACOMO: Giustamente Chiara tu dici che vi è un profondo richiamo nell’immedesimazione tra topi e uomini in questo patetico tentativo di fuggire al proprio destino, e in questo caso possiamo trovare un bel richiamo cinematografico proprio nel film di Tarantino Bastardi senza gloria, quando Hans Landa, di fronte a Monsieur La Padite dice che, se dovesse paragonare gli ebrei ad un animale, li paragonerebbe ai topi, data la loro capacità di nascondersi. La frase di Landa, per quanto sprezzante, non nasconde disprezzo, bensì è la constatazione che il cacciatore fa di fronte all’emergere dell’istinto di autoconservazione dell’uomo. Di fronte ad una situazione di pericolo vi sono solo due modi di agire, dicono gli psicologi moderni “Fight or flight”, affronta o fuggi; ma la fuga appartiene alla parte animalesca del nostro animo, all’aspetto primitivo.
Ecco pertanto come Emilio Fusco finisca per animalizzarsi e preferire perdere la propria dignità, a trasformarsi in topo, a “seppellirsi vivo” pur di salvare se stesso, senza curarsi di ciò che accadrà a suo figlio Dante. Ma è proprio Dante, che porta il nome del Divino Poeta, di colui che nel canto XXVI della Commedia fa dire ad Ulisse che “nati non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” a prendere in mano le redini della situazione. Questo non è un caso, secondo me, poiché ci riporta appunto ad un tema già caro a Bilotta, quello del fanciullino di pascoliana memoria, unito ad una visione umanistica legata al nome di Dante.
Il fanciullo, l’innocenza, la cultura, l’apertura mentale, nel pensiero che ci trasmette l’autore, salvano, ci rendono uomini. Chi possiede capacità di guardare oltre la realtà sensibile è capace di elevarsi. Chi non ha paura dell’ignoto, chi è capace di affrontare le sue peggiori paure è capace di vincerle e di divenire vero uomo, un vir, a costo di crescere anzitempo. Chi si chiude in se stesso, chi si lascia divorare dai propri rimorsi, dai propri timori, è destinato a perdere l’umanità, a scappare, a  regredire fino a divenire un animale, un topo. Ma “ovunque tu possa fuggire, stai pur certo che il tuo peccato ti ritroverà” (Numeri 32:23, e qui potremmo azzardare non solo un paragone biblico, ma anche un altro cinematografico, con lo splendido thriller “Number 23” di Joel Schuhmacher con Jim Carrey). Ecco che l’uomo, secondo l’autore, per potersi considerare tale, deve essere capace di affrontare le proprie paure e di non temere di perdere alcunché, poiché la propria dignità, ma soprattutto la propria umanità, è un bene anche maggiore della vita.
Mi permetto di aggiungere un mio commento sui disegni di Massimiliano Bergamo. Si tratta di tavole curatissime che rendono in pieno la sceneggiatura di Bilotta e questo è un merito altissimo degli artisti che si avvicendano sulle pagine di Mercurio Loi. Bilotta scrive una sceneggiatura che è fatta spesso di gesti, sguardi, particolari silenziosi dove a parlare sono proprio i disegni e i colori (sempre ottimi come in questo caso ad opera di Nicola Righi). Questo fa della serie di Mercurio Loi un caso davvero particolare nel mondofumetto. Testi e disegni non hanno usi convenzionali (e del resto questa nostra rubrica nasce proprio per descrivere un approccio totalmente diverso al fumetto che la serie di Bilotta richiede) eppure forse Bilotta non sta inventando nulla ma sta ritornando all’origine… che ne pensate? 

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