Le antilogie di Mercurio. Tempo di notte – Mercurio Loi 13 (Ottobre 2018)

5 Ott, 2018

Il piacere del leggere Mercurio Loi ogni due mesi sta anche nell’attesa per me delle argute, intelligenti e stimolanti dissertazioni dialogate di Giacomo e Chiara! Eccovi quelle per Tempo di notte, un albo che mi ha personalmente molto colpito e che conferma l’alto livello della serie (che presenta per altro un nuovo e curatissimo senso di continuity) [n.d.r.]. Attenzione SPOILER! Leggete prima il fumetto!

 

 Tempo di notte – Mercurio Loi 13

Soggetto e sceneggiatura: Alessandro Bilotta
Disegni: Sergio Ponchione
Colori: Nicola Righi
Dialogo tra Giacomo Mrakic e Chiara Cvetaeva

 

 

GIACOMO: La notte, il buio, il silenzio. La notte è fatta per dormire, ma, alla prova dei fatti, questo collegamento non è sempre così pacifico. Ed è quello che accade al Colonnello Belforte, figura tragica, già approfondita nei precedenti albi e che in questo numero si avvia verso il suo destino, confermandosi sempre più figura tragica schilleriana, figlia di quell’epoca romantica nella quale è ambientato il fumetto.
Ma la notte è, in questo albo, la muta protagonista degli eventi. Non Loi, che addirittura pare divenire un personaggio secondario (apparirà solo a pag. 70 per poi svanire dopo poche tavole), non Belforte, non Ottone, bensì la notte da intendersi fisicamente, come la notte della Roma ottocentesca, con le sue tradizioni, la sua vita sotterranea, i suoi crimini, sia la notte intesa come aspetto spirituale. Ed è proprio qui che ci viene incontro la lettura che ci dà l’autore.
La notte viene pertanto vista da Bilotta come metafora della condizione umana, come un luogo dell’anima, dove tutto si perde e dove l’uomo finisce per ritrovarsi da solo con le sue paure. E in quel buio silenzio non vi sono risposte, vi è solo la solitudine dell’animo umano, cui l’uomo saggio può decidere se resistere o fuggire. L’unica risposta viene da dentro di sé. Non è un caso che infatti si tenda a parlare di “notte dello spirito” per indicare quella sensazione di smarrimento e incapacità di comprendere la propria vocazione che ha colpito anche alcuni tra i santi più amati dalla religiosità italiana. Nel buio non si vede, ci si perde, e la posta in gioco è lo smarrimento di se stessi. La notte diventa pertanto, nell’autore, un mero strumento per indagare nei recessi più nascosti dell’animo di Belforte, mostrandoci le sue paure, le sue riflessioni, le sue convinzioni, la sua dedizione alla ricerca della verità. Ma la notte è anche silenzio, e chi, meglio di Belforte, che ha perso l’uso della voce, può apprezzarne le sue sfumature? Ecco pertanto l’uso sapiente del disegno al posto del testo nel mostrarci le sue riflessioni. Un modo per riportarci ad una semplicità delle azioni e del pensiero, quasi come se l’animo del colonnello fosse un libro aperto.
CHIARA: La notte è anche il regno dell’indifferenziazione, del livellamento, e ce lo dice – per quanto allusivamente – lo stesso colonnello Belforte. A pagina 22, camminando e ruminando, il colonnello osserva lapidario: “I giorni vengono chiamati uno per uno, ma la notte ha un unico nome”. Ed è curioso che a dircelo sia proprio un uomo che sta scontando una condanna a vita al silenzio. Il silenzio, come la notte, è signore dell’ineffabile, dell’indifferenziato, dell’indistinto: compatto, unidimensionale, quasi monolitico, diversamente dal guazzabuglio babelico delle parole e delle lingue.
Richiamando – infedelmente – il Iosif Brodskij di Fondamenta degli incurabili, mi sento di dire che se si potesse catalogare il mondo tra i generi letterari (o fumettistici, per me è lo stesso) allora l’incoerenza ne sarebbe il principale ingrediente stilistico. Così mi è apparso, in verità, questo episodio di Mercurio Loi: incoerente. Lo è, tuttavia, per un’ottima ragione: s’intitola Tempo di notte, ed è appunto nel cuore della notte che il lettore guarda al mondo mercuriale attraverso gli occhi di Belforte.
Sul mondo, sulle sue incongruenze, Belforte non riesce a far calare il sipario delle palpebre: smania, si dibatte e resta insonne.

 

GIACOMO: E noi smaniamo con lui. Questo albo ci porta ad un crescendo di sensazioni, dandoci in pasto, una dietro l’altra, emozioni sempre più forti, chiudendo domande lasciate aperte nei capitoli precedenti ed aprendone di nuove, dandoci l’impressione che la serie stia per subire una brusca accelerata, dove ogni tassello troverà il giusto incastro, in una selva di citazioni colte che ci rimandano ad esperienze letterarie e artistiche.
Non possiamo infatti non vedere nella scena in cui Belforte, incapace a sostenere la vista di un cadavere nella notte romana, finisce per vomitare, un tacito, ma chiaro, omaggio fumettistico alla figura dell’Ispettore Bloch nel fumetto Dylan Dog, anch’egli incapace di reggere la vista di un cadavere se non ha a disposizione i suoi antiemetici.
E come inoltre non pensare al richiamo pittorico dell’opera del 1642 di Rembrandt, “la ronda di notte” nel vedere il colonnello prendere il comando del reparto al richiamo del coprifuoco per aggirarsi nelle tenebre della Roma papalina?

 

CHIARA: E l’elemento pittorico è preminente, in quest’albo. Mica un caso che l’abbia disegnato Ponchione. La firma d’artista basta a far sì che l’occhio del lettore scorra le tavole come se si trovasse in un vernissage.
 In molte vignette, sempre Belforte, nei suoi taciti balloon non ragiona ma disegna: prova a figurarsi oggetti che non ci sono, o a figurarsi quelli che ha davanti con maggiore nettezza di contorni. Quando, nell’oscurità, avvista una volpe, subito  ne dipinge una meno sfuggente e sfocata copia mentale. Una prassi che la dice lunga sul suo costante, indefesso sforzo conoscitivo: egli si appropria delle cose del mondo, prova a imprimergli contorni certi. In lui gli organi dell’analisi, della sintesi e dell’interpretazione hanno raggiunto dimensioni ipertrofiche. Ma ha ucciso il Contrappasso. Non può farla franca. Non può restare impunito. Morirà. Senza prima aver capito fino in fondo, senza prima essere raggiunto dalla verità.
Ma si diceva della pittura, che della letteratura è da sempre fida compagna: nel dono di Mercurio a Galatea, non c’è forse un’astuzia wildeiana? Se Dorian Gray aveva un ritratto che avvizziva e s’incartapecoriva al suo posto, Galatea si ritrova con un ritratto di se stessa già vecchia e sfiorita.
GIACOMO: La letteratura, come no… e quest’albo è anche un omaggio al genere letterario gotico, con un richiamo, nella folle esperienza onirica del muto protagonista di questa puntata, al suppergiù coevo sogno di Mary Shelley nella genesi dell’opera Il Prometeo Moderno (1817) e alla triste esperienza di alcuni protagonisti delle opere di Allan Poe sia per quanto concerne la discesa verso gli abissi della follia, sia per quanto riguarda il tenore degli avvenimenti, tra orrore, disperazione e giallo.
Non possiamo non prendere poi in considerazione l’omaggio alla figura del gorgoneion, resa nel terribile sorriso sardonico che accompagnerà il colonnello nella ricerca della verità e del senso della sua esistenza.
Il gorgoneion, figura apotropaica della cultura greca e romana, era legata ai culti della dea madre e ai culti dionisiaci, oltre ad avere funzione di protezione.
In questo albo, oltre ad essere un richiamo all’aspetto ferino e primordiale dell’uomo, diventa pertanto simbolo della tentazione  che paralizza l’uomo di fronte all’indecisione se seguire il suo istinto o la sua morale (ne è ottimo esempio l’incipit dell’albo alle pagine 5-11 così come alle pagine 86-88).
Continua inoltre la storia d’amore di Ottone; storia d’amore che dimostra sempre più quanto sia difficile amare quando si possiede un segreto importante. Ottone è il coprotagonista di questo albo e comincia a maturare, pur nella sua giovinezza, fino a trovarsi di fronte a scelte che potranno condizionare per sempre la sua vita, il suo rapporto con la donna amata fino al rapporto con il suo mentore.
Ritorna infine in questo albo il personaggio di Tarcisio. Tarcisio è una figura quasi mefistofelica, con un corretto rimando al Faust di Goethe, nel tentativo di trascinare Ottone dalla sua parte. Chi ha detto che i malvagi non sorridono? Tarcisio è la nemesi di Loi; è come Moriarty per Sherlock Holmes: i suoi piani sono molto complessi; fitte ragnatele la cui trama si può rinvenire solo a misfatto avvenuto. Anche in questo caso il suo tentativo di corrompere Ottone passa dalla blandizie. Del resto il Male non si presenta mai come tale, ma come visione distorta e giustificata del Bene. Interessante lo scambio di battute tra Tarcisio e Ottone, dove con ironia e retorica questa visione dicotomica e manichea tra bene e male risulta invertita, fino a costringere Ottone a ripensare le proprie certezze sentendosi impotente e disarmato.
L’albo si chiude, mantenendo la classica struttura circolare tanto cara a Bilotta e che ormai si caratterizza come marchio di fabbrica (anche nascosto, in almeno un paio di richiami, come quello del giovane Dante che si siede nello stesso identico modo di Tarcisio venendo ripreso dal professor Loi) con almeno un paio di domande irrisolte, certi però che troveranno risposta nei prossimi albi.
Concludendo, pare, con questo numero, di avere raggiunto il climax della serie, preparandoci ad affrontare, da adesso in poi, una fase “discendente”, nel senso che, date le situazioni che trovano spazio in questo albo, ci aspettiamo una conclusione scoppiettante nei prossimi numeri della serie, nella certezza che tutti i punti rimasti in sospeso troveranno il loro corretto incastro fino a renderci chiara la trama che Bilotta ha tessuto per noi.

 

CHIARA: Io non credo di condividere appieno questa tua fiducia. Ho l’impressione che a muovere la mano dell’autore verso la penna sia uno spirito anarchico incoercibile. La trama intessuta, sin qui, è “sfilacciata”, ma personalmente la preferisco così: la “sconclusione” sa essere sempre più sorprendente (e veritiera) di una conclusione standard. Ne mancano forse gli esempi? Uno, nessuno e centomila di Pirandello, Todo modo di Leonardo Sciascia, un film fin troppo sottovalutato come Il regista di matrimoni di Bellocchio. C’è davvero bisogno di tenere continuamente il polso a una storia per poterla apprezzare? Anch’io, caro socio, sono fiduciosa, ma in un senso diverso dal tuo: che “i punti rimasti in sospeso” trovino o meno “il loro corretto incastro” per chiarificarci la trama, il viaggio sarà stato comunque bellissimo.
E voi che ne dite? Ogni strada è consentita e ogni commento è benvenuto per dei perdigiorno così impegnati come i lettori di Mercurio Loi! Venite a parlarne nel gruppo Facebook L’Avventura a fumetti da A(dam) a Z(agor)!

 

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