TEX: 70 ANNI DI RECENSIONI – 1964

Scritto da Francesco Benati

8 Mar, 2018

Nuovo capitolo di questo nostro viaggio alla riscoperta della grande saga di Tex Willer, il personaggio creato da Gian Luigi Bonelli e Aurelio Galleppini nel 1948 e che quest’anno festeggia il settantesimo anniversario di presenza ininterrotta nelle edicole.
Per questa serie di recensioni anno per anno della saga del ranger prendiamo in considerazione la numerazione della Seconda Serie Gigante, il cui primo numero risale al 1958, quella più venduta e amata dai lettori e che prosegue ancora oggi e che per quasi cento numeri ha riproposto le storie di Tex uscite negli albi a striscia dal 1948 fino alla fine degli anni ’60.
Siamo arrivati al 1964, un anno fondamentale per Tex per tre motivi: il primo è che Tex diventa finalmente mensile, quindi le storie prese in esame in questa sede si spalmano su dodici albi, formula che la serie non cambierà più; debutta in edicola la storica collana Tex Tre Stelle che ripercorre tutta la serie dal numero uno; infine, cosa più importante, questa annata è la prima densa di grandi storie.
La prima è La gola della morte, sicuramente un capolavoro della saga. Si tratta della prima storia in cui ricompare un vecchio nemico creduto morto e questo nemico altri non è che non la futura nemesi di Tex: Mefisto! Come sia scampato alla forca non lo sappiamo e non lo sapremo mai, ma nei vent’anni in cui è stato assente ha esplorato più a fondo il mondo della magia e ora ha sviluppato dei poteri che gli hanno permesso di assoggettare la tribù degli indiani Hualpai e di organizzare un diabolico piano per vendicarsi.
GL Bonelli mette in questa storia tutta la propria arte di narratore fluviale e la storia scorre con forza ed energia con il ritmo scandito da un martello sull’incudine. Battaglie aspre e violente, i Navajos chiamati da Tex a combattere e alti momenti drammatici, come la disperazione di Tex alla notizia della scomparsa del figlio sono i punti chiave di una avventura favolosa che ogni texiano dovrebbe conoscere a memoria. Cala leggermente il finale, sempre per via del solito difetto del GL Bonelli degli albi a striscia di elaborare le storie basandosi sul feuilleton ottocentesco, ma rimaniamo comunque su altissimi livelli. Ottimo il lavoro di Galep ai disegni, il quale dona anima e corpo a un diabolico Mefisto in quella che forse è la miglior storia in cui compare. Giù il cappello, gente!
Rinnegato è una storia breve di una manciata di albetti a striscia, ma non per questo meno interessante. Si tratta della prima storia in cui GL Bonelli affronta il tema del razzismo e lo fa con un tatto e una delicatezza che lasciano senza fiato (alla faccia di chi accusa il Tex odierno di essere buonista). Tom Bayon è un nero che gestisce una locanda in compagnia di una bella ragazza, Lucy. Il rapporto fra i due non viene mai esplicitato del tutto (in fondo siamo pur sempre in un fumetto per ragazzi di fine anni ’50), ma il lettore più smaliziato ci mette un secondo a capire che i due sono amanti. La convivenza fra i due è motivo sufficiente perché la folla, aizzata da un gruppo di loschi figuri, cerchi di impiccare Tom.
Ovviamente spetta a Tex il compito di intervenire e fare giustizia. Finalmente i neri sono trattati con dignità e non più come semplici macchiette. Hanno smesso di Barlare Gosì, GaBiDo, Badrone? e non sono più servitori o pezzenti, ma hanno una loro dignità. Questa storia porta la firma di Francesco Gamba, allora un giovane disegnatore che poi sarebbe divenuto famoso per il proprio lavoro su Zagor e Il Piccolo Ranger.
Altro giro, altro capolavoro: L’Uomo della Morte è la prima storia in cui compare la tematica dell’oro dei monti Navajos ed è la prima volta in cui Tex si impegna in prima persona per difendere le terre degli indiani dall’avidità degli uomini bianchi.
Scoperto l’oro nelle montagne, una cricca di affaristi senza scrupoli e di cercatori d’oro piomba con la rapidità di un falco verso la riserva. Tex, consapevole di non potersi rendere responsabile di uno spargimento di sangue, inventa la figura dell’Uomo della Morte, ovvero si traveste con un costume raffigurante un teschio. Una trovata sicuramente ingenua e che oggi farebbe anche un po’ ridere, ma che all’epoca sicuramente aveva il suo fascino. Con questo stratagemma, Tex scatena una guerriglia non violenta ai danni dei cercatori d’oro e alla fine riesce a preservare l’integrità della riserva.
Ai disegni ritorna il grande Galep, qui coadiuvato da Virgilio Muzzi, coppia che ha sempre lavorato benissimo e anche qui non lesina ottimi momenti. Lo stile è ormai lontanissimo da quello del Tex mezzo abbozzato di dieci anni prima: qui ormai Galep si è evoluto tantissimo ed è vicino alla maturità degli anni seguenti.
Dopo una tripletta di questo livello era più che naturale un lieve calo. E infatti Incendio alla Star-O è una storia piccola e con zero pretese. Rickett è un allevatore prepotente (ma va?) che spadroneggia sul territorio. Tex interviene e con un paio di trucchetti e una ramanzina lo rimette sulla retta via. Tutto qui, semplice e lineare. Una storia di bassissimo profilo che altro non è che un banale riempitivo.
Si riparte con un’altra storia di buon livello, anche se non un capolavoro: La città d’oro. Lo stregone della tribù Sabinas è morto e il perfido Tabual vuole che a succedergli sia May-Koo, suo protetto, scalzando Too Nai, figlio dello stregone. Su indicazione di una strega, i due dovranno recuperare un idolo rubato dalla tribù dei Cani Rossi. May-Koo finisce subito preda dei nemici, una tribù barbara e selvaggia, mentre Too Nai viene aiutato da Tex e Tiger Jack a recuperare il prezioso idolo. Qui, Tex e Tiger apprendono dell’esistenza di una misteriosa città d’oro e decidono di andare a vederci più chiaro. Si imbatteranno in una città abitata dai discendenti dei conquistadores e rimarranno coinvolti in intricati complotti politici per il potere.
La storia è decisamente lunga e si scompone in due parti (anche se molti tendono a considerare tutta la zuppa sui Sabinas come una vicenda indipendente) con Galep e Gamba che si alternano a disegni. Il risultato, pur valido, non raggiunge le vette delle storie precedenti e, tantomeno, quelle future. GL Bonelli insiste sulle storie fluviali che partono in una direzione e non si sa poi dove vadano a finire, ma questa linea verrà abbandonata nel giro di pochi anni con l’abbandono del formato a striscia. Nel complesso, una storia più che gradevole che si può considerare una sorta di omaggio alle avventure di cappa e spada tanto amate da Bonelli, il quale evidentemente rimpiangeva ancora lo sfortunato Occhio Cupo.
Buona, anche se molto breve, Una audace rapina, storia dove si ritorna al western puro. Tex, Carson e Kit si gettano sulle tracce di un terzetto di banditi responsabili di diverse rapine ai treni. I banditi prendono vie separate e lo stesso fanno i pards, incontrando avverse fortune. Molto bella la parte di Kit Willer, senza infamia e senza lode quella di Carson, bellissima quella di Tex con l’infernale duello nella ghost town. Solita vicenda della caccia all’uomo, nulla di più da dire.
Altra storia breve, ma dimenticabile, Contrabbando vede il solo Virgilio Muzzi ai disegni (e si vede!). Una storia che ho rimosso dalla memoria due minuti dopo averla letta e che non rientrerà mai negli annali di Tex.
Una storia che invece ha fatto epoca, per quanto immeritatamente, è La voce misteriosa, vicenda che vede Tex impegnato ad affrontare un mostruoso scimmione che se ne va in giro di notte ad ammazzare la gente decapitandola con un machete! Alla fine della vicenda si viene a sapere che il gorillone altro non è se non un uomo mezzo matto travestito che era rimasto traumatizzato alcuni anni prima. La figlia e la serva, consapevoli della follia del vecchio e della sua carica omicida, non hanno fatto nulla per fermarlo e spetterà a Tex intervenire. Inspiegabilmente, a molti lettori questa storia è piaciuta, io invece non ho potuto trattenere due risate al momento della scoperta dello scimmione. Ebbene sì, ho trovato più credibile la presenza di una città di conquistadores nel deserto americano invece che un uomo travestito da scimmia. Problemi?
Finalmente si ritorna su grandissimi livelli con la stupenda Il sicario, storia che vede il ritorno in scena delle perfide sette cinesi, che qui lavorano in combutta con Manuel Espinosa, classico prepotente di turno. Tex e Carson intervengono a fare pulizia a suon di colt. Le scene eccezionali si sprecano, soprattutto nella seconda parte in cui i nostri si avventurano nel covo della setta segreta retta dal malvagio Wang. Figura particolarmente azzeccata è quella della bella Min-Li, giovane cinese incaricata di uccidere Tex con un pugnale avvelenato e che in realtà colpisce lo sceriffo della città, uccidendolo. Tex capisce che la ragazza era stata reclutata con un trucco (le era stato detto che i rangers avevano ucciso suo fratello a sangue freddo) e quindi la invita a passare dalla sua parte. Alla faccia di chi mal digerisce i personaggi che cambiano casacca, insomma. Ottimo, come sempre, il lavoro di Galep ai disegni.
Le terre dell’abisso è un’altra storia memorabile, con Tex e i suoi pards che finiscono addirittura in una valle misteriosa abitata nientemeno che dai dinosauri e da una tribù di primitivi! Al centro di tutto c’è la bella strega  Mah-Shai, la quale richiede periodicamente alle tribù vicine dei giovani da spedire nelle terre dell’abisso per recuperare un misterioso fiore magico che le ha donato l’eterna giovinezza. L’intervento di Tex e dei suoi pards è risolutivo per la vicenda e non mancano le scene di grande impatto con le apparizioni dei grandi dinosauri, per quanto disegnati in maniera approssimativa da Galep. Non mancano alcune criticità logiche: ad esempio, com’è possibile che Tex, vivendo da vent’anni nella riserva Navajo, non abbia mai saputo nulla di Mah-Shai e della valle dei dinosauri? E com’è possibile che i dinosauri siano sopravvissuti per milioni di anni? Non ci è dato saperlo, a quei tempi non ci si faceva troppe domande, si accettavano le storie per come erano e fine.
Duello a Laredo non mi ha fatto una grande impressione. Tex ha a che fare con i terribili banditi di El Moro, che poi tanto terribili non sono, infatti lui stesso riesce a neutralizzarne un buon numero da solo. Qui Tex agisce da solo, a parte l’intervento risolutivo di Tiger Jack e dei Navajos nel finale, anche se può contare sull’aiuto dei Comanches di Mano Gialla. Insomma, una storia senza particolare mordente, anche se devo ammettere che la copertina è molto bella.
Di tutt’altro spessore la successiva I figli della notte, autentico kolossal su carta, circa duecento pagine abbondati di avventura firmate da Bonelli con Galep e Muzzi ai disegni. Una spedizione archeologica sparisce nel nulla e a Tex tocca il compito di intervenire per  risolvere i guai. Storia caratterizzata dalla presenza di un lungo prologo che all’inizio mi ha fatto dubitare di trovarmi in una storia di Tex. All’epoca gli albetti a striscia erano di 32 pagine e quindi la vicenda iniziava praticamente subito, mentre qui abbiamo un buon numero di pagine dedicate alla spedizione archeologica con un chiarissimo richiamo alle atmosfere del cinema horror degli anni ’30. I quattro componenti della spedizione sono il tripudio dello stereotipo, ma all’epoca era del tutto normale. Quando Tex interviene a risistemare le cose a suon di colt la vicenda recupera le pieghe tipicamente western/avventuroso della serie, consegnandoci una vicenda davvero di alto livello. I disegni sono affidati a Virgilio Muzzi per la prima parte, mentre il resto della vicenda è portato a termine da Galep.

 

A risentirci prossimamente con il 1965 che si aprirà con un capolavoro della serie, una delle storie più amate di sempre. Quale? Lo saprete al prossimo giro.

Intanto se non lo avete ancora fatto potete leggere i resoconti delle annate precedenti:
E ovviamente raggiungeteci nel gruppo Facebook: L’avventura a fumetti da A(dam) a Z(agor).

 

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