Con qualche giorno di ritardo (ma d’altronde qui non è ancora arrivato il Tex di giugno), vi presentiamo la recensione de La caccia del lupo, scritto da Pasquale Ruju e disegnato da Massimo Rotundo.
Squadra che vince non si cambia, si dice. E in effetti la coppia composta da Pasquale Ruju e Massimo Rotundo aveva vinto e convinto ormai una decina abbondante d’anni fa quando uscì in edicola il Texone Tempesta su Galveston. Nel frattempo, Ruju è diventato sempre di più un autore imprescindibile per il ranger, mentre Rotundo ha realizzato il lungo Maxi Mississippi Ring uscito ormai alcuni anni fa per la penna del compianto Gianfranco Manfredi. I due sono tornati a lavorare insieme per questa storia che rappresenta una sorta di seguito spirituale del Texone del 2015. Diciamo seguito spirituale perché in realtà il Texone è una storia del tutto conclusiva e questa doppia riprende il luogo e una manciata di altri elementi, tra cui un paio di personaggi, per poi sviluppare una vicenda in gran parte autonoma.
La caccia del lupo – Tex n.787
Soggetto e sceneggiatura: Pasquale Ruju
Disegni: Massimo Rotundo
Copertina: Claudio Villa
Sono passati alcuni anni dagli eventi del Texone: la cittadina di Galveston è rinata dopo la tempesta che l’aveva distrutta, il colonnello Woodlord, proprietario della piantagione, è morto e sepolto ed Eleanor Hood, la protagonista della prima storia, sta facendo buoni affari in città. Tutto cambia quando in città arriva James Woodlord, figlio del defunto colonnello, in apparenza più moderno e moderato, ma in realtà roso dal desiderio di vendetta. Il piano di Woodlord è quello di radunare a Galveston coloro che provocarono la morte di suo padre e scatenargli contro Leonidas, soprannominato El Lobo. Woodlord tiene Leonidas sotto ricatto perché ha rapito sua moglie e suo figlio e li ucciderà se non eseguirà i suoi ordini. Così, in città si ritrovano Tex Willer e Kir Carson, pronti ad affrontare il loro nuovo avversario a suon di piombo rovente.
Ammettiamolo: le ultime prove di Ruju sulla serie regolare avevano lasciato l’amaro in bocca. Il proliferare di pubblicazioni attorno al ranger ha costretto gli autori a fare gli straordinari con un calo generale della qualità complessiva (non a caso, oggi la serie madre è in sofferenza rispetto alla più giovane Tex Willer, la quale invece è sempre qualitativamente alle stelle e dotata di trame molto accattivanti). Per questo la tentazione di gridare al miracolo di fronte a questo buon primo albo è forte, ma, a onor del vero, da Pasquale Ruju è lecito aspettarsi questo livello e anche di più, viste le buone storie scritte in passato.
Ruju, evidentemente galvanizzato dal riprendere le fila di una delle sue storie più apprezzate, mette in scena, come suo solito, due storie parallele che si evolvono di pari passo e che andranno a convergere nel secondo volume. Apparentemente l’incontro/scontro tra Tex e Leonidas ha un esito decisamente scontato, ma non è detto che Ruju non voglia deliziare i suoi lettori con un colpo di scena all’ultimo istante. Certo, il figlio di Woodlord non ha esattamente il carisma del padre e il suo piano per disfarsi dei ranger è decisamente macchinoso, ma in fondo si tratta pur sempre di Tex e Carson: mandargli contro orde di pistoleri non è mai stata una buona idea.
Sul lato dei disegni non c’è molto da dire: Massimo Rotundo è semplicemente una scelta azzeccatissima, non solo per l’evidente sintonia con Ruju, per rappresentare le assolate praterie del Texas, soprattutto nelle fumose ed evanescenti cittadine. E sono proprio le scene urbane, tra saloon, ville, main street e baracche, a rappresentare il valore aggiunto di Rotundo ai disegni. Benché si tratti di un disegnatore piuttosto versatile, è innegabile che qui sono proprio le polverose cittadine del West a essere valorizzate dal suo stile. Il lavoro in questione è frutto di una indiscussa professionalità nel mettere il proprio stile al servizio della storia e del personaggio.
Un buon primo albo, dunque, che lievita grazie al lavoro del disegnatore e che ci riporta alla mente il Ruju migliore. Non rimane che goderci la seconda parte nella speranza che sia all’altezza della prima.







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