Su Cani Sciolti e sui massimi sistemi del mondo della carta stampata

Scritto da Chiara Cvetaeva

22 Gen, 2020

La sospensione del mensile regolare di Cani sciolti – benché ventilata da tempo – ha seminato degli orfani, inclusa la sottoscritta. E ‘l modo ancor m’offende, per dirla col poeta.

Mi offende perché per quello zoccolo duro di lettori fissi sono stati usati pochi riguardi. Mi offende perché si sarebbe potuta percorrere una via meno brutale, magari ricalibrando le tirature. Mi offende perché guardando a quell’angolo della mia libreria destinato alle pubblicazioni Audace vedrò sempre una creatura mutilata, o meglio: un Frankenstein sgraziato, messo insieme ricucendo uscite diverse per formato, destinazione, canale di diffusione. 

Su Cani Sciolti e sui massimi sistemi del mondo della carta stampata

 

Cani sciolti ha spiazzato, diviso, sollevato polemiche e discussioni al calor bianco. Se ne poteva parlare solo in termini di assoluto entusiasmo o di assoluto rigetto. Perfino quanti all’inizio preferivano mostrarsi cauti, erano comunque di una cautela assoluta. Questa capacità divisiva, secondo me, dovrebbe dimostrare almeno un fatto: che Cani sciolti audace lo era davvero. E proprio per questo, meritevole d’essere considerato più sessantottino che sessantottesco.  

Lo ripeto: sono una lettrice offesa. E tuttavia, non sono tanto miope da non capire come dietro questa risoluzione debbano esserci state delle motivazioni stringenti. Ogni editore – anche il più visionario e ispirato – resta titolare di un’impresa. Che deve sostenere dei costi fissi. Garantirsi dei margini di profitto. Preoccuparsi insomma di tutte quelle spiacevolezze cui il nostro sentimentalismo di lettori non ci fa pensare. Anche se tanta venalità non si addice ai pensieri di un candido lettore, bisognerebbe avere le cateratte agli occhi per non rendersi conto di come il canale edicola, in Italia, sia ormai in prognosi riservata. E non parlo della periferia dell’Impero, ma di Milano, capitale indiscussa del libro. Le edicole chiudono i battenti, o nella migliore delle ipotesi cambiano gestione. Sicché ci si trova a trattare con un edicolante madrelingua mandarino che – giustamente e per demeriti non suoi – fa fatica a distinguere un numero di Dampyr da un magazine di macrobiotica o punto croce. 

Mancano anche i lettori cosiddetti “forti”, d’accordo. L’Italia è sempre stata maglia nera in Europa nelle statistiche di lettura e molti top manager dei cda aziendali ammettono senza “scorno” di non aver letto alcun titolo, nel corso dell’ultimo anno. Mancano i lettori, sì, ma mancano anche i punti di distribuzione, o sono drammaticamente sforniti, il che non giova certo a risollevare le sorti orrorifiche et regressive della carta stampata. 

Quindi quello che abbiamo sotto gli occhi è un cortocircuito generale, in cui i lettori abituali continuano a subire una privazione, gli editori continuano a fare piccolo cabotaggio, i lettori potenziali continuano a rimanere nella loro incoscienza, e a contentarsi di quel che passa il palinsesto rai (se non possono abbonarsi a Netflix). 

Uno scenario di macerie e desolazione, insomma, nel quale, tuttavia, ci sono delle sacche di resistenza.

 

 

Se il lettore non va all’edicola, allora l’edicola va dal lettore

Dal 18 dicembre 2019, l’imprenditore Andrea Carvini (ex direttore di due Feltrinelli e fondatore delle librerie Ubik, poi rilevate dal gruppo delle Messaggerie) ha improvvisato un’edicola su quattro ruote: ogni giorno, fa tappa in tre piazze milanesi in cui altrettanti punti vendita storici si sono visti costretti a chiudere. Scorrazza per la città con la sua tonnellata di carta sul groppo e approvvigiona i lettori che gli domandano chi lo speciale sui minerali, chi il Corriere, chi Diva e Donna. Ma dell’articolo che Repubblica gli ha dedicato una decina di giorni fa vorrei evidenziare soprattutto un passaggio: alla domanda su quali prodotti si fossero esauriti più rapidamente, l’intervistato ha replicato citando in pole il 400esimo numero di Dylan Dog

 

Un cane sciolto, questo Carvini. Ma è proprio di questi figuri che si sente massimamente il bisogno. Come uscire, sennò, dal guado in cui i lettori fedeli vengono lasciati orfani, gli editori “vivacchiano” e i lettori potenziali tali rimangono?

Se ne esce con i cani sciolti, appunto. E magari – perché no – sforzandosi di riportare un po’ di “immaginazione al potere”

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