Black Hat Jack – Deadwood Dick n.5 (novembre 2018)

Scritto da Paolo M.G. Maino

13 Nov, 2018

Inizia con Black Hat Jack il terzo ciclo di storie di questa fortuna miniserie prevista in 7 numeri che racconta le vicende di Nat Love, alias Deadwood Dick, pistolero di colore nell’America del west, personaggio storico (Nat Love dei Buffalo Soldiers) trasportato su carta e trasformato in personaggio letterario dalla penna di Joe R. Lansdale. Si tratta anche nell’originale di un racconto che si muove tra il grottesco e lo spietatamente crudo: non c’è poesia e non c’è epica nel west di Deadwood Dick, c’è solo lotta per la propria sopravvivenza e per il proprio tornaconto in una nazione che si sta forgiando con la violenza della legge della colt. Deadwood Dick è un antieroe fuori dalle righe, violento e schietto adatto alla realtà che lo circonda ma anche in grado di farsi apprezzare dai lettori che si possono facilmente affezionare al suo procedere ironico e anche al suo codice morale che è tutto sommato ricco di molti più valori di quelli che la sua apparenza e i suoi modi suggeriscano di primo impatto.

Black Hat Jack – Deadwood Dick n.5

Soggetto: Joe R. Lansdale

Sceneggiatura: Mauro Boselli

Disegni: Stefano Andreucci

Copertina: Corrado Mastantuono

Per la casa editrice Bonelli, Deadwood Dick ha inaugurato la linea Audace, il cui nome può essere letto in due modi: il richiamo ad un titolo di collana della antica storia della famiglia Bonelli (ed è il riferimento ufficiale) e una indicazione della presenza nella narrazione di contenuti ‘espliciti’, in poche parole più sesso visto e parlato, più violenza verbale e reale di quello che normalmente ci aspettiamo di trovare in un albo Bonelli. Il tutto non per gusto del ‘trash’ ma con un intento comunicativo ben preciso.
Siamo giunti ora come dicevo in apertura al terzo episodio dei racconti in prima persona di Nat Love. Questa volta tocchiamo un classico del racconto western: l’assedio di indiani (Comanche) ad un piccolo avamposto perso nelle praterie attraversate dalle mandrie dei bisonti (il villaggio di Adobe Walls). Deadwood Dick arriva a Adobe Walls in compagnia del suo mentore Black Hat Jack, dopo aver rischiato un mortale incontro con una banda di Comanche nella notte (come potete intuire dalla tavola qui sotto presente nel preview Bonelli).

 

Ma lo scontro è solo rinviato e, dopo aver fatto conoscenza con gli abitanti di Adobe Walls, è subito tempo di far fischiare le pallottole contro le frecce e gli assalti dei Comanche. Questa di fatto è la storia: semplice, lineare e chiara. Ma come negli altri numeri e anzi senza più il problema di presentare il personaggio, Boselli (qui alle redini della scrittura) e Andreucci (alle matite e alle chine) ci fanno gustare le 60 pagine della storia con la loro interpretazione a fumetti dello stile particolarissimo di Lansdale.
E forse la sintesi di questo stile sta in una battuta di Nat Love per descrivere Black Hat Jack: «Ed ecco che cos’era Jack. Un fottuto filosofo.» Raccontare l’epopea del west è per Lansdale mettere a nudo tutte le contraddizioni di quel modo che ha poi contribuito a dare origine alla nazione americana. Ma senza prendersi troppo sul serio, in fondo giocare è il modo in cui si cresce e non può essere diverso per un popolo e una nazione che stanno proprio iniziando il loro periodo di crescita.

Boselli – come già Masiero e Colombo prima di lui – si mostra a suo agio nello sceneggiare il soggetto di Lansdale ed entra velocemente nel personaggio e nella generale atmosfera caratterizzata da individui pieni di eccessi e di istinti primordiali (il primo di tutti e il fondamentale è ovviamente lo spirito di autoconservazione: per sopravvivere si è disposti a tutto!), forse anche perché ha scelto la storia che finora si mostra come la più tipicamente western, genere su cui – diciamolo – Boselli è un ‘tantino’ preparato!! Inoltre Boselli è abile a sfruttare l’opera di Andreucci a cui affida lunghe scene silenziose nella sconfinata prateria (guardate nella tavola qui sopra il passaggio dal giorno alla notte come viene reso da Andreucci: qui siamo alla scuola di arte), alternate all’azione senza freni del primo assalto dei Comanche (ma non siamo ancora alla sparatoria continua che ha caratterizzato il numero 4 di Colombo e Frisenda e del resto mancano ancora due numeri per raggiungere il climax della vicenda).
Andreucci non abbassa il suo livello dopo le eccellenti prove del Texone e del Tex alla francese: guardate pagine 50-51 e ve ne renderete immediatamente conto!

 

Insomma un primo numero che conferma quanto di buono si sta realizzando con questa miniserie che ci auguriamo possa avere prima o poi un seguito.
La stampa che aveva balbettato decisamente nel numero tre e che non era stata eccelsa neanche nel numero 4, sembra migliorare in questo numero 5, ma resta la perplessità sulla carta – forse troppo porosa – che tende a far sbavare un po’ i neri (ma ripeto senza l’effetto disastroso del numero tre).

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