Tra lettore ed autore: oggettività e soggettività del ‘mi piace’ – Editoriale

Scritto da Manuel Enrico

6 Lug, 2018

Quando si smette di considerare un’opera valida solo perché tale e quando la sua caratura viene passata sotto la disamina della persona che la realizza? Conta più l’emozione della storia, o chi ha ideato il medium con cui veicolare quella scarica emotiva? Sembrano domande da poco, ma sempre più spesso mi capita di imbattermi in giudizi caustici che si limitano a demolire un libro, un fumetto et similia senza nemmeno leggerli, arroccandosi dietro un laconico: se lo scrive lui (in cui lui è il nemico, in base a non si sa cosa), allora automaticamente fa schifo.E, per assurdo, mi è ancora più fastidioso il concetto opposto, ovvero quando basta il nome del Grande Autore affermato per sancire che un prodotto è automaticamente stupendo, perfetto, che se non fai parte dei veneratori sei uno che non ne capisce nulla.

Davvero sono questi i metri di giudizio per valutare un’opera?

 

 

Sarebbe come dire che da oggi American Beauty e House of Cards siano spazzatura solo perché si è scoperto il vero volto di Kevin Spacey nel suo privato. Cosa ha tolto questa rivelazione alla caratura di Francis Underwood? Nulla, per me. Spacey rimarrà un uomo moralmente discutibile, ma non per questo il suo operato come attore deve essere ribaltato.
E la lista potrebbe esser ancora più lunga, senza citare il caso culmine di Maradona, che sarebbe fin troppo facile.
La stessa situazione si riverbera nel mondo dei fumetti, che è l’ambiente naturale di questo blog. Girovagando su internet, è facile scontrarsi nelle due pericolose caste di fanboy e haters, gente che perde di obiettività perché focalizzati non sul cosa viene raccontato ma da chi viene raccontato.

Esempio classico nel fumettomondo italiano è Recchioni. Che siamo onesti, si lascia spesso andare a delle battutine caustiche e a volte può andare anche oltre, più in passato onestamente che non attualmente. Ma questo è il Recchioni pensiero, il suo modo di vedere il mondo, il suo io. Può stare sulle palle? Hai voglia, in passato anche io in certi momenti lo avrei preso a maleparole per certe risposte. Poi lo ho conosciuto, e ho visto che dietro le rispostacce c’è anche una persona diversa, anche se certe volte ancora qualche tono particolarmente acceso gli scappa. Ci sta, è il personaggio.

 

Ma questo suo esser così complesso e particolare, automaticamente rende i suoi lavori robaccia? Siamo seri, l’emozione è nella storia, non nelle risposte dell’autore su un social. Può piacere o meno, posso apprezzare Orfani e detestare John Doenello stesso momento, per dire, ma prima devo averli letti. Invece mi ritrovo spesso a leggere ‘Lo ha scritto Recchioni, manco lo leggo che farà schifo’. MA dare due numeri del lotto questi veggenti, mai eh….
Che per dire, io trovo simpaticissimo Moreno Burattini, ma non mi acchiappa Zagor (e qui mi perdo una ventina di amici almeno, già lo so…). Eppure, nel suo Facezie, Moreno mi ha divertito moltissimo. Come è possibile? Sono bipolare? No, o almeno non che io sappia. Semplicemente, valuto le due opere a prescindere da chi le scrive, mi lascio emozionare (perdonate la ripetizione, ma è il succo del discorso) dalla singola opera, al netto del nome in copertina.
L’autore è il veicolo della storia, il tramite tra emozione e beneficiario della storia stessa, non deve diventare il metro unico di giudizio. Certo, qualcuno è meglio di altri come narratore, ma questo deve rimanere il solo parametro: sapere raccontare.
Che poi il discorso vale anche a parti inverse, quando è il grande nome sotto analisi.

 

 

Prendo come esempio Frank Miller, uno dei miei autori da Olimpo del fumetto. Ancora oggi vado in visibilio per Rinascita e Il ritorno del Cavaliere Oscuro, che più passano gli anni e più li amo. Ma se leggo oggi Razza Suprema, il terzo capitolo della sua visione del Bats futuro, mi viene da chiedere come mai abbia voluto dare una mazzata tremenda ad una delle sue creazioni migliori (già con Il Cavaliere Oscuro colpisce ancora aveva perso smalto, onestamente).
Eppure, ecco i soliti commenti osannanti, che quando cerchi un confronto onesto ti viene sbattuto in faccia un assioma inderogabile ‘E’ Frank Miller’. Lo so, ho letto la copertina, ma non ti sembra che… ‘E’ Frank Miller e basta’.
Il fanboy, che tenerezza, vero? Quasi come l’hater sbavante.
Arrivando alla conclusione, cosa conta davvero nel giudicare un fumetto? Sarebbe facile dire che ci sono parametri oggettivi, ma parliamo sempre di arte, di emozione, e credo esistano pochi aspetti della nostra esistenza meno oggettivi delle emozioni. E qui, il giudizio è insindacabile, sia chiaro. Ad una condizione: che almeno si sia letto ciò che si denigra o osanna.

Che la visione così ristretta del mondo fumetto rischia di esser uno specchio di quella mondo nel suo complesso. E lì si, che sarebbe davvero preoccupante….

E voi che ne pensate? Venite a dircelo nel gruppo Facebook L’avventura a fumetti da A(dam) a Z(agor)!

 

 

 

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