La grande corsa – Maxi Tex 22 (aprile 2018)

Scritto da Francesco Benati

16 Apr, 2018

Ed ecco la recensione di un albo che, nel bene e nel male, ha già fatto parlare moltissimo: si tratta de La grande corsa, Maxi Tex numero 22 edito dalla Sergio Bonelli Editore. Ai testi troviamo il veterano Pasquale Ruju e ai disegni il maestro Roberto Diso.

 

 

La grande corsa – Maxi Tex 22

Soggetto e sceneggiatura: Pasquale Ruju

Disegni: Roberto Diso

Copertina: Claudio Villa

Siamo di fronte ad un albo molto particolare che ha fatto discutere da prima della sua uscita e per questo ne parliamo ad ormai tre settimane dal debutto in edicola. Perché si tratta di un volume (il termine balenottero usato in casa Bonelli è quanto di più brutto si potesse pensare) che contiene un elemento decisamente scottante e che quindi va assimilato con pazienza.

Sinossi: il San Francisco Examiner ha indetto una gara sportiva a cavallo da Tucson fino a San Francisco. Il giovane Kevin Caldwell vuole partecipare in sella al suo West Wind, ma un sabotaggio lo obbliga a rinunciare. Sarà Tex a gareggiare al suo posto, mentre un pericoloso assassino si muove nell’ombra.

Partiamo subito dalla cosa che più mi ha entusiasmato dell’intero albo: la sceneggiatura di Pasquale Ruju. Avevo lasciato il buon Ruju con l’amaro in bocca dopo la sua ultima prova, non del tutto riuscita, sulla serie regolare, per cui ero curioso di sapere se quella storia fosse stata solo un passo falso e non invece indizio di qualcosa di più serio. Ebbene, dopo questa storia (e dopo quella del mensile di cui parleremo fra qualche giorno) posso felicemente affermare che Il messaggero cinese non è stato altro che un passo falso.

 

 

La grande corsa è una storia texianissima come non se ne vedevano da parecchio tempo. Considerato che sto facendo la rilettura integrale di Tex [n.d.r. le recensioni sono arrivate fino all’anno di grazia 1966], confesso che mi è parso di avere fra le mani una storia che sarebbe potuto benissimo uscire all’interno della centuria 100-200 da tanto che è bella. Si respira aria di Tex Willer sin dalla bellissima copertina e all’interno troviamo un ranger raddrizzatorti e difensore dei deboli, sempre pronto a prendere i prepotenti a sganassoni in faccia scambiando sagaci battute con il fido Carson. Insomma, il Tex dei vecchi tempi, quello che tutti amiamo. Non mancano neppure colpi da nostalgia canaglia, soprattutto nei continui rimandi al cavallo Dinamite presenti nella prima parte della storia.

A Ruju bisogna anche dare il merito di essere riuscito a realizzare una storia decisamente originale. La corsa dei cavalli, peraltro un evento storico realmente accaduto, è una tematica nuova su Tex e questo, dopo ben 70 anni di vita nelle edicole, non era affatto scontato. Lo script di Ruju è solido e senza particolari sbavature, tranne qualche inevitabile traballamento nel finale, quando la vena thriller della vicenda, quella meno convincente, a parere di chi scrive, prende il sopravvento. Si tratta dell’unica sbandata, peraltro limitata a poche pagine, di un albo altrimenti bellissimo, scritto con grande maestria e che propone qualcosa di davvero mai visto sulle pagine di Tex.

Applausi a scena aperta quindi per Pasquale Ruju, autore da sempre a proprio agio nelle pagine di Tex e che qui ci ha regalato davvero un colpo da maestro.

 

 

Questa storia avrebbe avuto tutte le carte in regola per essere un capolavoro da incorniciare, se non fosse per un unico dettaglio: i disegni di Roberto Diso.
Mettiamo subito in chiaro una cosa: Diso è un grandissimo maestro del fumetto, uno che con la sua matita ha disegnato pagine memorabili su Mister No (e io ritengo Mister No va alla guerra uno dei grandi capolavori del fumetto italiano) e su tanti altri fumetti Bonelli, come i romanzi Mohican e Linea di Sangue e la partecipazione alla miniserie Volto Nascosto di Gianfranco Manfredi. Anche la sua primissima storia di Tex – il Maxi Figlio del vento per i testi di Claudio Nizzi – è realizzata molto bene, benché la sua rappresentazione del ranger non mi abbia mai convinto del tutto.

Qual è allora il problema? Perché dico che i disegni di Diso non riescono ad elevare l’opera? Perché Diso ha 86 anni, gli occhi e la mano non sono più quelle di una volta e le vignette sono decisamente malriuscite. Certo, Diso se la cava ancora molto bene nella rappresentazione degli animali e il dinamismo delle cavalcate è assicurato, ma basta davvero a salvare capra e cavoli?

 

Pose traballanti, anatomie errate, primi piani altalenanti e prospettive non sempre azzeccate si susseguono nelle 292 pagine dell’albo. Gli stessi difetti riscontrabili nelle ultime produzioni dei grandi fumettisti italiani che hanno continuato anche in tarda età. Alcuni, come Fernando Fusco, hanno deciso di rinunciare quando il loro tratto era ancora all’altezza dei vecchi lavori, mentre molti, la maggior parte, hanno continuato anche dopo il gong.

Diso, a mio parere, è uno di questi ultimi. Sbaglierò? Può darsi, d’altronde non ho certo la pretesa di avere la verità in mano. Ma così come mi ha addolorato vedere Claudio Nizzi realizzare storie di Tex sempre più piatte e deboli dopo i fasti dei decenni precedenti, così mi addolora vedere Diso, un disegnatore che, ripeto, ammiro da sempre, realizzare lavori come questi.

E quindi niente. Abbiamo una storia bellissima che, da sola, riesce a tenere in piedi la baracca e lo fa con grande competenza. Per ora dobbiamo accontentarci di questo.

 

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