Snakeman – Tex alla francese n.13 (settembre 2021)

Scritto da Francesco Benati

10 Set, 2021

Non nascondiamo l’emozione di presentarvi in anteprima la recensione del nuovo Tex d’autore, o Tex alla francese, che dir si voglia, intitolato Snakeman. I testi sono del curatore della serie Mauro Boselli e i disegni sono del maestro argentino Enrique Breccia.

Con Tex alla francese, lo ricordiamo, si intende un volume cartonato di grande formato che ospita una storia inedita (anche se sulla collana sono apparse un paio di ristampe) tutta a colori su carta lucida e realizzata da alcuni dei più famosi autori del fumetto internazionale. 

Il volume che stringiamo fra le mani porta la firma, lo abbiamo già detto, del maestro Enrique Breccia, già noto ai lettori di Tex per aver illustrato il Texone Captain Jack uscito nel 2016 per i testi di Tito Faraci, un albo gigante dove il disegnatore argentino ha avuto la possibilità di cimentarsi con il ranger apponendovi il suo stile inconfondibile.

 

 

Snakeman – Tex alla francese n.13

Soggetto e sceneggiatura: Mauro Boselli

Disegni, colori e copertina: Enrique Breccia

 

Abbiamo cominciato parlando di emozione. 

Perché il volume che abbiamo fra le mani, lo diciamo subito senza mezzi termini è, a nostro avviso, il migliore della collana del Tex alla francese, perlomeno sul piano grafico, ma anche la storia è particolarmente sentita. Benché sembri quasi passare in secondo piano rispetto alla maestosità dei disegni, vi sono diverse scene in cui è evidente l’impegno profuso da Mauro Boselli per portare a galla determinate sensazioni e determinate emozioni (ci scuserete, ma questo termine verrà fuori spesso) dal racconto.

Un racconto che narra di uno sciamano, Snakeman, che si è messo a capo della tribù degli Utes ed è determinata a spazzare via definitivamente i Navajo dalla riserva. A seguito di uno scontro, Tex viene dato per morto e il compito di difendere il villaggio centrale è affidato ai soli Kit Willer e Tiger Jack. Snakeman scatena la sua furia contro i Navajo con la certezza di essere il vincitore: gli è stato predetto che nessun vivente avrebbe mai potuto ucciderlo. Ma l’Uomo dei Serpenti non sa che sulla sua strada si trova l’Uomo della Morte.

Della storia non sto a dire di più.

 

 

Mauro Boselli ha, in un certo senso, osato quello che nessuno aveva praticamente osato prima: immaginare la distruzione completa del villaggio centrale della riserva Navajo; la tribù priva del capo che deve rispondere a Kit Willer e a Tiger Jack; la devastazione morale e umana di un’intera comunità. E ci ha raccontato delle emozioni di Tex come mai è stato fatto in precedenza, neppure da Boselli stesso. Ha estrapolato l’uomo dietro l’eroe, ha mostrato cosa si cela nel cuore di quello che solo in apparenza è un superumano invincibile. 

In questa storia in cui riecheggiano echi shakespeariani, Boselli ha messo a segno un colpo da maestro: non si è limitato, come avrebbe potuto fare un altro autore, a scrivere una storia classica che potesse fungere da tappeto per il disegnatore (un po’ come accaduto con il Texone L’inesorabile di Claudio Villa, perfetto esempio di storia lineare e senza fronzoli pensata apposta per esaltare il segno dell’artista), ma ha alzato l’asticella puntando ad un racconto ambizioso che si legasse a doppio filo con i disegni di Breccia.

 

 

Già, Breccia.

Al lavoro da anni su questo cartonato, ha dato anima e corpo ai personaggi che si muovono in questa drammatica ed epica avventura attingendo a piene mani dalla pittura medioevale al punto che alcune pagine sembrano uscire direttamente dalle opere di Paolo Uccello. Ed è bene sottolineare che, oltre all’aspetto puramente pittorico, Breccia non ha mai perso di vista la leggibilità e l’arte di narrare per immagini. L’aspetto sconvolgente di tale lavoro è che se si escludono un paio di passaggi, questo volume sarebbe perfettamente leggibile e comprensibile anche senza i dialoghi. Tutto è chiaro, evidente, cristallino, tutto è narrazione: i volti, le inquadrature, i colori.

 

 

Anche qui, i colori.

In questa collana molti volumi erano colorati da Matteo Vattani, il quale questa volta ha lasciato spazio allo stesso Enrique Breccia, nella doppia veste di disegnatore e di colorista. Non oso addentrarmi sulla tecnica utilizzata in quanto non sono per nulla un esperto, ma quello su cui vorrei soffermarmi è l’effetto: colori vividi, pieni e dalla funzionalità narrativa. Non un semplice riempito, una copertura degli spazi lasciati vuoti dal disegnatore, ma una simbiosi completa fra colore e matita che spesso e volentieri sceglie soluzioni non realistiche per enfatizzare determinate scene, sottolineare la caratura dei personaggi e le loro, ancora, emozioni per concorrere nella narrazione.

Andrei avanti per ore a parlare di questo albo tante sarebbero le cose da dire, ma è giunto anche per noi il momento di concludere. 

 

 

Come reagire di fronte a un volume come questo?

Fosse una classica storia western, disegnata da un artista diverso, meno aristocratico e più borghese, avrei un’altra reazione e darei un altro giudizio. Qui però stiamo parlando di un’opera nata dall’incontro fra due autentiche icone del fumetto contemporaneo che si sono messe al servizio di Tex e hanno generato questo.

Risulta evidente che il metro di paragone non può essere lo stesso e che una storia del mensile, qualsiasi storia del mensile, non può competere con le ambizioni e l’originalità di questo prodotto; l’approccio è completamente diverso. Qui siamo nel territorio di quelle opere che si realizzano una volta sola nella vita perché poi è difficile che le strade si incrocino di nuovo.

Non sono lontano dal ritenere questo volume come il miglior Tex di sempre. 

 

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