Le Antilogie di Mercurio – Il cuoco mascherato. Mercurio Loi n.4 (agosto 2017)

13 Dic, 2019

GIACOMO: Il cuoco mascherato si presenta già dal titolo come una piacevole digressione tra mistero e gastronomia.

A una prima lettura superficiale, il lettore disattento potrebbe essere portato a ritenere l’albo una mera storiella di intrattenimento; andando più addentro, però, non può che prendere atto di come Bilotta sia riuscito per l’ennesima volta a scendere in profondità, analizzando il legame tra l’uomo e la tavola, memore del proverbio “l’uomo è ciò che mangia”.

E già un indizio di ciò che si nasconde nelle pagine dell’albo è dato da quel Vertumno in copertina, che fronteggia in tono di sfida il nostro Mercurio, rimandandoci al famoso quadro di Arcimboldo che ritrae Rodolfo II d’Asburgo; quadro originariamente tenuto a Praga, la città d’oro, la città alchemica, adesso conservato a Stoccolma dopo il sacco subito durante la Guerra dei trent’anni ad opera dell’esercito svedese di Gustavo Adolfo.

 

 


Il cuoco mascherato

Soggetto e sceneggiatura: Alessandro Bilotta

Disegni: Sergio Gerasi

Colori: Andrea Leoni

Copertina: Manuele Fior

dialogo tra Chiara Cveataeva e Giacomo Mrakic

Questo richiamo in copertina è a mio modesto parere molto interessante: Rodolfo II è stato l’imperatore alchemico; presso la sua corte soggiornarono personaggi come Dee e Kelly e sotto il suo regno la leggenda colloca la realizzazione del Golem per mano del rabbino Loew; il Kaiser in persona si dilettò nell’ampliare la sua Wunderkammer con un insieme di opere dal sapore iniziatico come il manoscritto Voynich e i dipinti naturalistici raffiguranti le personificazioni delle stagioni e degli elementi; direi che una così misteriosa figura sia un perfetto contraltare per un investigatore che si occupa di svelare i misteri della Roma papalina.

Per quanto riguarda la storia, la trama riesce ad essere intrigante e semplice allo stesso tempo: Mercurio Loi si ritrova a dover ripensare al proprio passato e a tornare sui propri passi grazie ad un piatto che gli viene preparato quotidianamente da un cuoco che, e qui sta la genialità di Bilotta, non solo non viene mai visto per sua esplicita scelta, ma non verrà mai rivelato nemmeno al termine del fumetto, diventando egli stesso la metafora della memoria, di quella memoria piacevole e nostalgica che spesso ci ritorna alla mente nei giorni autunnali di fronte al caminetto, riportandoci a quei bei ricordi che sono in grado di “molcere il cuore”, per dirla col poeta.

Del resto, chi non ha mai gustato un piatto senza raffrontarlo alle proprie esperienze di casa? Chi non si ricorda con piacere una portata cucinata con amore e con dovizia da parte della propria nonna o della propria madre? E chi, dopo avere assaggiato un piatto simile alla propria realtà culinaria, non ha mai pensato che quello cucinato a casa da parte dei propri parenti aveva quel “qualcosa in più”? Triste colui che non ha vissuto simili esperienze. La cosa incredibile di questo numero è data dalla superlativa capacità sia del disegnatore Sergio Gerasi, con le sue tavole, che dell’autore Alessandro Bilotta, con i suoi dialoghi, di trasmetterci questa sensazione.

Penso che sia quasi impossibile riuscire a far gustare i sapori leggendo, eppure questo è il risultato finale dell’albo. Ogni immagine trasmette una emozione diversa, un sapore diverso e pare quasi riuscire a farlo percepire, finendo per far chiudere l’albo al lettore con l’acquolina in bocca e con una dolce sensazione di Sehnsucht e di bei tempi andati.

CHIARA: Come hai ricordato poc’anzi, il proverbio recita che “l’uomo è ciò che mangia”. Si tratta di un’equazione incontestabile. Che è parte di un’intera corolla di equazioni: l’uomo è la risultante del posto in cui è nato, delle persone che ha amato, dei mali che ha patito e… dei libri che ha letto.

Soprattutto libri e letture mi interessano ai fini della considerazione che sto per fare. Si attarda molto, sir. William S. Burroughs, prima di chiarificare al lettore cosa significhi il titolo del romanzo che ha – già da un pezzo – tra le mani: “Pasto Nudo – l’istante, raggelato, in cui si vede quello che c’è sulla punta della forchetta.”

Sin dalla prima vignetta de Il cuoco mascherato, in cui Mercurio appare con le labbra tese a ricevere il boccone che ha in punta di forchetta, basta un’immagine per farmi disseppellire dalle scorie del tempo la memoria di una lettura giovanile molto amata. Una coincidenza singolarmente felice, per sintonizzarsi sulle stesse frequenze mercuriali, e annusare insieme al professore gli strascichi odorosi che il passato lascia dietro di sé. 

In filosofia della mente, le tracce mnestiche equivalgono a quelle rappresentazioni mentali che, fulminee, ci si parano davanti agli occhi tutte le volte che un ricordo riaffiora. Queste rappresentazioni possono essere schizzi, bozzetti, o ancora quadri rifiniti nel dettaglio. Quel che più conta, è l’unione inscindibile tra fatti, sensazioni, concetti ed immagini. Nella fucina della memoria, per imbandire le rievocazioni con cui nutrire le nostalgie, il ricettario prescrive un bel mischione, una variopinta ratatouille in cui tutti gli ingredienti sopraelencati (fatti, sensazioni, concetti ed immagini) finiscono sul fondo dello stesso tegame. L’attenta alternanza tra vignette in cui il professore banchetta e altre in cui le sue associazioni mentali si materializzano sottoforma di disegni al tratto mi dà ragione di credere che questa impressione possa essere fondata. 

Il prosieguo mi vede in una sintonia ancor più profonda con Loi: la sua promenade tra i piatti tipici della cucina romana mi richiama alla mente un’altra, splendida avventura gastronomico-letteraria: il Gourmet di Jiro Taniguchi, altro autore che, al pari di Bilotta, la sapeva lunga su camminatori e buongustai, su scialacquatori di tempo e rievocatori nostalgici. 

La tradizione culinaria del Sol Levante, a ogni modo, manca della truculenza che invece definisce la tradizione romana, col suo tripudio di frattaglie e di tagli sanguinolenti, con le sue pajate e le sue code alla vaccinara. Insomma, più che un menu, sembrerebbe un film di David Cronenberg, e però – ci ricorda l’autore –la differenza va sempre ricercata nel dettaglio: il metodo di cottura, per esempio, in parte mitiga il cruore di questa cultura culinaria, e “le specifiche ricette mostrano che, oltre all’apparente violenza, c’è anche l’intervento dell’uomo e della ragione”. 

La cottura, come il condimento, è il correttivo che la ragione aggiunge alla bestialità del pasto nudo, e lo è da sempre: nel De re coquinaria, il quasi leggendario Marco Gavio Apicio ci ricorda come nelle mense più sontuose della Roma repubblicana fosse protagonista indiscusso non già il piatto in sé e per sé, quanto il suo condimento (come il garum, cioè una salsa a base ittica o ancora il defructum, specie di mosto rappreso). 

 

GIACOMO: La cucina, per proseguire lungo il corso che hai indicato, è quindi un esperimento di civiltà. In quest’albo, però, è anche il luogo in cui si cristallizzano i ricordi e le emozioni, il luogo dove i personaggi interagiscono e dove l’intreccio si svolge: è proprio in una cucina che Ottone, preso dai rimorsi per l’assassinio di Ferdinando Marziale, nel tentativo di autoassolversi, dopo un profondo stream of consciousness alla Joyce, si dirige a ritroso (anche qui una bella metafora del cammino) sulle orme della sua vittima, nella speranza di trovare giustificazione al suo gesto. Ciò che troverà però sarà qualcosa di più profondo e di inaspettato, finendo non solo per conoscere la figlia dell’uomo che ha ucciso, Diana, ma addirittura innamorandosene, in un connubio tra amore e morte che ci riserverà interessanti sorprese nello sviluppo successivo della trama.

Col senno di poi possiamo dire che non sia una coincidenza (quando mai esistono coincidenze in Mercurio Loi?) il momento in cui Ottone, incontrando Diana, gli offre una melagrana, un frutto che, per gli antichi, simboleggiava l’unione e la fertilità; sei semi di melagrana furono mangiati da Persefone durante la sua permanenza nell’Oltretomba, legandola per sempre ad Ade e dettando così il ritmo delle stagioni. Possiamo pertanto vedere nell’offerta della Melagrana da parte di Ottone e nella sua accettazione da parte di Diana una sorta di unione mistica e mitica che ci rimanda ad antichi riti di fertilità e di amore legati al ciclo della natura.

Ma l’amore è nascosto anche nella figura della bionda silfide che, come una banshee, appare durante i momenti di ristoro di Loi presso la locanda. La sua figura ci accompagna per l’intero albo, destinata a caricare l’aria di presagi la cui vera portata ci verrà rivelata, con un benevolo sospiro di sollievo, solo nelle ultime pagine.

Come sempre non esiste niente di scontato in Mercurio Loi, e anche in questo albo l’impressione che rimane al termine della storia è che l’autore abbia voluto sperimentare una nuova forma di “esperienza 4D” nel fumetto, con ottimi risultati.

 

CHIARA: L’esperienza che il cuoco mascherato regala a Mercurio, lanciandogli la sua sfida olfattiva, è totalizzante: investe i sensi come l’intelletto. Altrettanto totalizzante è l’esperienza di questa lettura, per via di tutte le facoltà di percezione e cognizione che coinvolge.

Sempre tornando alla tua argomentazione, la cucina è il luogo in cui volteggiano le emozioni e si cristallizzano i ricordi. Il raccordo, così proustiano, tra sapore, odore e memoria è avvalorato dal dato biologico: durante la quinta settimana della gestazione, ha inizio nell’embrione il processo di organogenesi e, tra tutti gli organi, cuore e stomaco sono i primi a svilupparsi. Nel vasto spettro delle sensazioni umane, non ce n’è una che non si possa esperire con lo stomaco, semplice o complessa che sia: dall’ansia alla contentezza, dalla ripugnanza all’amore. A tale riguardo, esiste nel dialetto siciliano un’espressione particolarmente pregnante ed icastica per indicare lo stomaco: bucca i’ l’amma, ovverosia “bocca dell’anima”. 

La memoria non solo raffigura, ma spesso trasfigura: l’aerea visione della donna vestita d’azzurro, mentre Mercurio siede all’Osteria del sole insieme a Ottone, è sì l’eco ovattata di un ricordo, ma è anche qualcosa di più: un simbolo, forse. Il simbolo di un passato onnipresente, che ci portiamo sempre dentro, come una conchiglia si porta dentro il mare. Sembra voler dire questo, la dama in azzurro (“azzurro, color di lontananza”). O almeno, questo sembrava averci visto il Poeta: “labile memoria ormai/ dimentica la sera./ Come un’allegoria,/ una fanciulla appare/ sulla porta dell’osteria./ Alle sue spalle è un vociare/ confuso d’uomini – e l’aspro/ odore del vino.” (Giorgio Caproni, Borgoratti). 

Chi è il cuoco mascherato? No, Giacomì, non è la memoria, bensì il suo ostetrico. È chi assiste la mente gestante nel parto del ricordo. Anche lo scrittore è un cuoco mascherato. Quindi anche Bilotta, che ama preparare i suoi piatti con “fuoco lento e lunghissima cottura” e che, con quest’albo, ci ha ammannito l’equivalente fumettistico di un brasato succulento. 

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