La grotta sacra – Zagor Le Origini n.5

Scritto da Francesco Benati

24 Ott, 2019

Da qualche giorno è in edicola La grotta sacra, il nuovo albo di Zagor – Le origini, miniserie in sei numeri che si occupa di narrare nuovamente le origini di Zagor, lo Spirito con la Scure creato da Guido Nolitta, alias Sergio Bonelli, e Gallieno Ferri nel lontano 1961. L’albo di questo mese, il penultimo della miniserie, è scritto da Moreno Burattini e disegnato da una prestigiosa guest star: Giovanni Freghieri

 

 

La grotta sacra – Zagor Le Origini n.5

Soggetto e sceneggiatura: Moreno Burattini

Disegni: Giovanni Freghieri

Colori: Luca Saponti

Riassunto delle puntate precedenti: il giovane Patrick Wilding vive felice nella sua capanna sul Clear Water con il padre Mike e la madre Betty. Una notte, la capanna viene attaccata da un gruppo di guerrieri Abenaki guidati dal folle predicatore Salomon Kinsky. I genitori di Patrick muoiono entrambi, mentre il ragazzo si salva a stento venendo raccolto dal vagabondo Wandering Fitzy. Negli anni seguenti, Fitzy è come un secondo padre per Patrick, il quale però cresce portandosi dentro l’odio per Kinsky. Ritrovato il predicatore, Pat lascia Fitzy per compiere la propria vendetta, ma scopre un’amara verità: l’attacco alla sua capanna è avvenuto per rappresaglia di un massacro commesso da Mike Wilding anni prima quando era un ufficiale proprio ai danni degli Abenaki. Per Patrick è una scoperta straziante, ma ancor più straziante è ciò che succede subito dopo: Fitzy lo raggiunge e riesce ad uccidere Kinsky, ma il predicatore riesce a ferirlo con un colpo di pistola e spira fra le braccia di Pat.

 

Da questi eventi è passato qualche tempo e Pat vive in preda ai rimorsi, anche se sta agendo per espiare le proprie colpe. Le sue disavventure lo portano ad incontrare la bella sciamana Shyer, la quale gli predice in parte il proprio futuro e gli inserisce nella mente la lingua dell’antica Atlantide che gli tornerà utile in futuro.

Ammettiamolo: per Burattini il compito non era certo facile. Nel terzo numero di questa collana, intitolato Il demone cannibale, si fa maggiore luce sul passato di Wandering Fitzy e sui motivi che lo hanno spinto a diventare un vagabondo. Ebbene, quel numero altro non è che la riduzione de La leggenda di Wandering Fitzy, Speciale Zagor sempre di Burattini e disegnato da Gallieno Ferri. Il problema è che l’albo originale era di 132 pagine, mentre la sua nuova versione è la metà. E gli effetti si sono visti.

Stavolta, Burattini si trova a dover adattare in 64 pagine lo Speciale Darkwood: Annozero, sempre scritto da lui e sempre per i disegni di Ferri. Solo che questa volta l’albo originale è di 160 pagine! Non solo: alcuni passaggi provengono pure da una storia della serie regolare intitolata “A volte ritornano”, dove si fa maggior luce sulla permanenza di Zagor nella grotta di Shyer.

 

 

A questo punto è necessaria una precisazione: io posso sforzarmi finché voglio ad essere obbiettivo al 100% e a valutare l’opera in questione ignorando il testo di partenza, ma se io la storia originale l’ho letta cento volte e la conosco a memoria, al punto che ho acquistato pure l’edizione americana, un motivo ci sarà. Ne consegue che alla fine il confronto è inevitabile. 

Non starò a disquisire più di tanto sull’operazione taglia-e-cuci messa in atto dall’autore, tantomeno mi interessa soffermarmi sulle analogie e differenze con l’opera di partenza, però devo ammettere che questo albo è quello che meno mi ha entusiasmato dell’intera serie.

Per carità, è bello: disegnato benissimo (ma dai?!) e con il consueto rituale di iniziazione dell’eroe, però l’impressione che fosse tutto troppo compresso non mi ha mollato neppure per un secondo. Diciamo che Burattini si è trovato a ridurre dopo aver potuto ampliare a dismisura: l’originale Zagor racconta non è neppure troppo lunga, credo duri meno di due albi, mentre qui gli albi che ne coprono le vicende sono ben quattro, per un totale di oltre 250 pagine. Ergo, non solo Burattini ha avuto la possibilità di narrare Zagor racconta in scala 1:1, ma ha anche ampliato e approfondito certi argomenti. Qui, ma anche ne Il demone cannibale, ha invece dovuto operare dei tagli che definire draconiani non rende l’idea.

Ma alla fine, pur con un bel po’ di lividi, Burattini ne esce vincitore grazie al lungo atto centrale che salva tutta la baracca. Fa piazza pulita di tutto ciò che aveva arricchito il vecchio Speciale e riduce all’osso il nocciolo della narrazione puntando tutto su ciò che conta davvero, cioè il rito di iniziazione del protagonista, che qui compie il primo vero salto del fosso per diventare Zagor.

 

 

Sezione disegni: Giovanni Freghieri è uno dei disegnatori più illustri in Bonelli. Aldilà della sua lunga militanza su Dylan Dog, ha prestato le proprie matite anche su altre serie, tra le quali figura il recentissimo team-up fra l’Indagatore dell’Incubo e Martin Mystère intitolato L’abisso del male, un lungo albo in cui proprio Zagor ha un ruolo centrale all’interno della trama (leggetelo e capirete). 

Freghieri è un disegnatore il cui stile, nato per il bianco e nero, si può sintetizzare come luminosamente tenebroso e quindi con il colore ciò va a farsi benedire, però non si può certo dire che sia responsabilità sua. La figura di Zagor è pienamente centrata, anche se il volto sembra ricordare vagamente Dylan Dog, mentre non ha lesinato inquadratura piccanti nella rappresentazione delle due donne presenti nella storia. Il formato più grande del classico Bonelli ci permette di godere appieno dei suoi disegni, i quali dimostrano la consueta cura e un sicuro mestiere.

In sintesi, siamo di fronte ad un albo tutto sommato soddisfacente che lievita grazie ai disegni. Non c’è dubbio che per Burattini sia stato faticoso realizzare questo auto-remake, soprattutto perché, come detto, parliamo di una storia sua, però è riuscito a cavarsela tenendo alta la bandiera di una delle miniserie del fumetto italiano più importanti e riuscite del 2019.

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