Le cinque dita della Mano Rossa – Tex Willer nn.64-66

Scritto da Francesco Benati

22 Apr, 2024

Ritorniamo, dopo un po’ di tempo, sulle pagine della serie Tex Willer, spin-off di quella Tex che da quasi 76 anni è la portabandiera della Sergio Bonelli Editore e del fumetto western in generale. Lo facciamo con una recensione che è in parte anche una riflessione sul concetto di remake e una comparazione de Le cinque dita della Mano Rossa con la storia dalla quale prende le mosse, quella celeberrima La Mano Rossa del 1948 che dà il titolo al primo albo Gigante di Tex, cioè la ristampa che, a partire dal 1958, ripubblicherà a cadenza mensile e in grande formato le storie uscite nel periodo a striscia per diventare poi il contenitore dell’inedito fino ai giorni nostri.

Se la storia originale vede ai pennelli il leggendario duo composto da Gian Luigi Bonelli e Aurelio Galleppini in arte Galep, rispettivamente testi e disegni, il remake vede il duo non ancora leggendario, ma già affiatato, composto da Mauro Boselli e Marco Ghion.

 

Le cinque mani della Mano Rossa

Soggetto e sceneggiatura: GL Bonelli e Mauro Boselli

Disegni: Marco Ghion

Copertine: Maurizio Dotti

 

 

La sinossi in breve: la Mano Rossa, banda criminale composta da cinque uomini, uccide e rapina Joe Scott, scout dell’esercito che trasporta le paghe dei soldati. Della sua morte è ingiustamente accusato il giovane Tex Willer che sopraggiunge sul luogo in tempo per vedere Scott morire e sentire dalla sua voce chi è che gli ha sparato. Scott fa in tempo a comunicare i primi nomi della banca della Mano Rossa per poi spirare. Deciso a scagionarsi dall’infamante accusa di essere un assassino, Tex si accorda con l’esercito per consegnare i veri colpevoli. 

La domanda sorge spontanea: come mai andare a riesumare questa storia? Boselli ha già operato dei remake parziali per due storie di GL Bonelli e Galep, ovvero Il totem misterioso e Il passato di Tex, ma si è trattato di riscritture parziali che si andavano a inserire in una vicenda più lunga e articolata. Qui invece si attua un vero e proprio remake dalla prima all’ultima pagina. La Mano Rossa, a parere di chi scrive, è assurta al mito di classico della saga più per il fatto di aver dato il titolo al primo Gigante che per il valore della storia in quanto tale. L’importanza, a posteriori, della storia è che in essa avviene il primo avvicinamento tra Tex e i ranger, avvicinamento che poi sfocerà in un salto di barricata totale e questo, in una serie che finora ha raccontato le avventure di Tex fuorilegge, la rendeva un passaggio obbligato.

Partiamo subito con il dire che la storia, nelle sue fondamenta, è la stessa in entrambe le versioni e che non sussistono variazioni di sorta. Cambiano i dettagli, quello sì, ed è proprio di quelli di cui parleremo dopo [e di cui si occupano anche altri articoli più prettamente filologici del nostro blog n.d.r.].

Intanto diciamo che Mauro Boselli riprende il soggetto originale di Bonelli e lo amplia, lo riscrive e lo arricchisce di nuovi elementi. In circa 180 pagine viene raccontato quello che a fine anni ’40 è stato raccontato in circa 60 e l’effetto è palese se si confrontano le due versioni. Bonelli era costretto ad adottare un ritmo sincopato a causa delle 32 strisce del fumetto dell’epoca e quindi all’uso delle ellissi e delle didascalie riassuntive. Boselli, dal canto suo, ha a disposizione un numero di pagine maggiore e un respiro della narrazione più ampio.

Viene quindi approfondito maggiormente il ruolo di Joe Scott, le singole scene sono più dilatate, eccetera.

 

 

E qui si apre un nuovo fronte. 

Sì, perché noi finora stiamo prendendo in considerazione la versione ufficiale de La Mano Rossa, quella presente sugli albi di Tex pubblicati dal 1958 in poi. 

Il problema è che ne esiste un’altra, quella originale del 1948 che ora è possibile recuperare solo con le ristampe anastatiche non censurate. Il Tex dell’epoca, infatti, era così violento e quasi amorale che i censori lo additarono subito come una lettura pericolosa e le prime storie caddero vittime della censura. I dialoghi più violenti vennero riscritti, gli abiti più osè delle donne vennero coperti, eccetera eccetera. La Mano Rossa non fu esente da questa operazione e i risultati sono palesi se si confrontano l’originale e la versione censurata.

La versione censurata, che per qualche caso del destino è diventata la versione ufficiale pubblicata sul mensile e in tutte le ristampe successive targate Bonelli, presenta diverse incongruenze, errori di sceneggiatura che ne compromettono la comprensione. Il peccato originale dal quale discendono poi tutti gli altri si trova a pagina 23 della versione censurata: il colonnello Hogart dice a Tex di consegnargli i veri colpevoli dell’assassinio di Joe Scott e Tex accetta, commentando nella vignetta successiva:

“Questa è la buona occasione per liberarmi dell’ingrato titolo di fuorilegge”

Tuttavia, nelle scene seguenti Tex si ritrova sempre in situazioni in cui è inevitabile che si giungerà allo scontro a fuoco con relativa uccisione del nemico. L’impressione è quella di leggere le avventure di un sempliciotto poco intelligente e che finisce nei guai perché se li va proprio a cercare, il che cozza con l’immagine di Tex che notoriamente gli conferisce GL Bonelli. 

A prima vista si potrebbe pensare che ciò è dovuto al fatto che Bonelli non aveva ancora ben delineato la personalità di Tex e che la sua scrittura a braccio gli impedisse di ragionare troppo su quello che stava scrivendo. 

Leggendo la stessa scena descritta sopra nella versione originale non censurata, invece, la prospettiva cambia completamente: subito dopo aver detto al colonnello che consegnerà i colpevoli, Tex pensa:

“Ha detto di portargli i colpevoli, ma non ha precisato se li voleva vivi o morti… ha ha!”

Apparentemente sembra una modifica di poco conto, ma in realtà è un capovolgimento completo delle intenzioni di Tex: altro che inventarsi i piani più bislacchi per consegnare i nemici alla giustizia: Tex vuole ucciderli tutti e questo fornisce una maggiore coerenza alle scene successive.

 

 

Abbiamo fatto questo piccolo esempio per dire che, scrivendo il remake per la serie Tex Willer, Mauro Boselli si è dovuto attenere alla versione ufficiale pubblicata sul Gigante e sulle successive edizioni, cioè la storia censurata, e sembra quasi che questo lo abbia costretto a rivedere praticamente tutte le scene più problematiche nel difficile tentativo di dare una coerenza interna a tutto il racconto.

Un esempio lampante è la morte del personaggio di Burke (non è uno spoiler, abbiate pazienza): nella storia di Bonelli la sua morte avviene in una scena quasi surreale in cui Tex lo aspetta nella stanza e lo trafigge con una freccia, sempre a causa della famosa censura dei dialoghi originali nella quale si nasconde il fatto che Tex voglia uccidere tutti i membri della Mano Rossa. Nel remake di Boselli Burke muore cadendo da un dirupo in un modo molto più coerente con la vicenda raccontata.

 

 

Mettiamo ora da parte la questione legata alla storia e passiamo al versante dei disegni con una menzione speciale per Marco Ghion, passato dall’essere un nuovo nome a comparire sulla collana per due volte in meno di un anno con ottimi risultati e con un generale apprezzamento da parte dei lettori. Il suo lavoro, pregevole sotto ogni aspetto, conferisce alla serie Tex Willer un tratteggio molto moderno che non rinnega la tradizione e, soprattutto, che non compromette la leggibilità del disegno. Rispetto alla versione originale di Galep, costretto a lavorare a ritmi forsennati in un periodo in cui la produzione principale era Occhio Cupo, il quale sarebbe presto sparito dalle edicole, Ghion è molto attento alla coerenza grafica dei personaggi.

Per esempio, nella versione originale alcuni componenti della Mano Rossa si trovano accessori dell’abbigliamento sbagliati (uno dei bandini ha alternativamente il volto scoperto e poi coperto dalla bandana, eccetera). La fisionomia dei soggetti originali è sostanzialmente mantenuta con un paio di doverose eccezioni: nella storia originale Tex si ferma da un barbiere cinese, nel remake di Boselli/Ghion è chiaramente messicano; l’eccezione più evidente, però, è Alce Nero, l’indiano che nella storia originale era rappresentato come un indiano delle pianure con tanto di copricapo di piume come quasi tutti i nativi nei disegni dell’epoca a prescindere dalla collocazione geografica. Qui invece Ghion lo tratteggia nel modo corretto, più aderente alla realtà storica del Sudovest americano.

 

 

Chiudendo questa recensione/articolo, tiriamo qualche somma: il risultato è senza dubbio una storia più che discreta nella quale Boselli inserisce tutto il mestiere che possiede, ma la sensazione è che l’esito finale sia meno riuscito rispetto alle alte aspettative e che l’aver operato, sia pure in una versione riveduta e corretta, all’interno dei confini tracciati da GL Bonelli si sia rivelato un peso. 

Lo sceneggiatore e curatore milanese ha confermato che questa storia sarà la prima di un ciclo che durerà circa un anno durante il quale verranno riscritte alcune storie classiche di GL Bonelli, storie che, per un motivo o per l’altro, sono fondamentali snodi narrativi della saga. 

La speranza è che con il tempo Boselli ci abbia preso la mano e che la sensazione di gabbia provata leggendo questa storia svanisca.

 

 

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