Paradise Valley – Tex Willer nn. 14-15

Scritto da Francesco Benati

7 Feb, 2020

Da questa volta, e per le prossime recensioni in arrivo, le recensioni di Tex Willer non saranno più fatte albo per albo, come avvenuto fino ad ora, ma saranno complessive dell’intero racconto, quindi compariranno a storia conclusa. I motivi sono, sostanzialmente, due: il primo è quello di diminuire il carico di lavoro del sottoscritto; il secondo, non meno importante, riguarda il fatto che gli albi da 64 pagine, specialmente in caso di storie particolarmente lunghe, non si prestano del tutto a recensioni a puntate. Mi sono reso conto, soprattutto nella lunga saga de I due disertori di Mauro Boselli e Bruno Brindisi, che con il passare degli albi c’era ben poco da aggiungere rispetto a quanto detto in precedenza e che alcuni miei commenti altro non erano che una rielaborazione delle stesse frasi contenute nelle recensioni precedenti.

Indi per cui, da oggi funzionerà così: recensioni solo a storia conclusa.

 

 

Paradise Valley – Tex Willer nn. 14-15

Soggetto e sceneggiatura: Pasquale Ruju

Disegni: Pasquale Del Vecchio

Copertine: Maurizio Dotti

Pagine totali: 128

 

Perciò, largo alle danze con Paradise Valley, albo importante per la saga del giovane Tex Willer per numerosi motivi: si tratta di un doppio esordio: lo sceneggiatore e curatore Mauro Boselli, ideatore della serie, cede il testimone, momentaneamente, al fido Pasquale Ruju, suo sodale anche sulla testata classica di Tex, mentre ai disegni debutta un altro veterano della controparte adulta, ovvero Pasquale Delvecchio. Si tratta anche della prima storia in due albi, una sorta di piccola pausa fra una lunga saga e un’altra.

Sinossi: Tex giunge a Paradise Valley, luogo abitato da una comunità di mormoni. Il luogo si rivela essere idilliaco solo in apparenza: un brutale omicidio scuote le coscienze della piccola comunità e subito si scatena una feroce caccia all’uomo. Non è detto, però, che il bersaglio sia quello giusto.

Ruju, da provetto scrittore thriller/noir, ci delizia con un breve e semplice racconto che rimanda a un classico dei classici della produzione texiana: Bill Mohican, una delle primissime storie di Tex risalente addirittura alla fine degli anni ’40, una storia che, con il trascorrere del tempo, è diventata leggendaria pur senza essere nulla di speciale. 

Non starò a fare spoiler elencando i parallelismi fra le due opere, però i lettori più navigati sicuramente saranno in grado di accorgersene.

 

 

Se, da un lato, Ruju ci mette tutto il mestiere di cui è capace (dopotutto parliamo di uno sceneggiatore con venticinque anni di esperienza sul groppone, mica l’ultimo arrivato), dall’altro risulta abbastanza evidente come il giovane Tex, a differenza di quello adulto, non sia ancora del tutto nelle sue corde. Per quanto non manchino alcune scene all’insegna della scorribanda, il giovane fuorilegge sembra muoversi con il freno a mano tirato e manca quella guasconeria che Mauro Boselli era stato capace di imprimere nelle prime tre lunghe storie di questa collana.

L’impressione, quindi, è che Ruju debba ancora macinare bene la tipologia di racconto prevista da questa nuova serie.

Molto bene il lavoro di Pasquale Delvecchio.

Magari qualcuno potrebbe lamentarsi che, dopo aver visto all’opera disegnatori del calibro di Roberto De Angelis e Bruno Brindisi, l’inserimento di un disegnatore dal tratto più dimesso come Delvecchio possa essere una specie di passo indietro. 

Io la vedo in maniera diametralmente opposta: innanzitutto, lo stile di Delvecchio si adatta perfettamente alla tipologia di racconto, meno urlata e sopra le righe, per cui l’impressione è che fosse il disegnatore giusto per questa storia.

In secondo luogo, forse è il caso di ammetterlo: i disegnatori superstar, quelli che alle fiere del fumetto vanno in giro con il codazzo di ammiratori al seguito, hanno un po’ rotto le scatole. 

Delvecchio è uno di quei disegnatori solidi, onesti, che spargono litri di sudore al tavolo da disegno, degno erede della vecchia scuola di artigiani come Erio Nicolò e Guglielmo Letteri, due autori cui fiere come l’odierna Lucca Comics metterebbero addosso un’aria perpetua.

Occhio, però, a non sottovalutare Delvecchio: dietro un apparente basso profilo si nasconde un disegnatore dallo stile riconoscibile, di evidente leggibilità, in linea con la tradizione e dotato di un gran senso della narrazione. 

In sintesi, quella che abbiamo di fronte è una storia che potremmo considerare di transizione: non particolarmente esaltante, ma neppure da buttare via. Un piacevole intermezzo prima di passare a qualcosa di più sostanzioso.

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