Celestia (Volume 1 di 2)

Scritto da Chiara Cvetaeva

30 Dic, 2019

Il motto tutto disneyano del If you can dream it, you can do it, nel caso di Manuele Fior potrebbe essere a buona ragione riformulato in: If you can dream it, you can draw it.  

L’autore non si contenta di disegnare quanto sogna: fa sì che anche il lettore scorra le pagine con la costante impressione di sognare quanto legge. Ne risulta un’esperienza di lettura simile a una seduta d’ipnosi, dalla quale ci si risveglia bruscamente, come per un battito di mani, con la sensazione (a molti familiare) d’aver lasciato un sogno a metà e con la speranza che riprenda esattamente da dove lo si era interrotto. Quando? Quando sarà finalmente dato alle stampe il secondo volume.

 

 

Celestia

 

Soggetto, sceneggiatura, disegni e copertina: Manuele Fior

 

La storia di Celestia si muove quasi per intero lungo un corso d’acqua, e il viaggio acquatico, sia pure per brevi percorrenze, ha sempre un che di primordiale.

Più che una materia narrativa propriamente detta, Fior sembra maneggiare una materia psichica. Se ne può avere un’avvisaglia già a partire dal risguardo, con la sua enorme macchia nera alonata d’azzurro, che campeggia a tutta pagina e che per certi versi rassomiglia a una tavola del test di Rorschach. Ma la conferma di quest’intuizione, almeno per me, arriva con l’epigrafe che segue il frontespizio: è una frase desunta da Fondamenta degli incurabili, la splendida divagazione veneziana del poeta sovietico Iosif A. Brodskij, edita da Adelphi qualche anno fa. L’epigrafe recita: “Il lento procedere del vaporetto attraverso la notte era come il passaggio di un pensiero coerente attraverso il subconscio”. Riflettendoci a posteriori, ovvero a lettura ultimata, ben si capisce come la vicenda narrata in Celestia sia in tutto e per tutto equiparabile a quel vaporetto: una vicenda coerente, con un capo e una coda, che si svolge però in un ambiente visionario, della cui reale consistenza si dubita in ogni momento. Non è forse quel che accade nei sogni? Per quanto vi si succedano fatti strampalati, ci si crede strenuamente sino alla fine, sino al risveglio.

La storia è presto detta, e anzi l’autore in persona ne offre un mirabile sunto preliminare:

La grande invasione è arrivata dal mare. È risalita verso nord, lungo la terraferma.

Molti sono fuggiti, alcuni hanno trovato rifugio su una piccola isola della laguna.

Un’isola di pietra, costruita sull’acqua più di mille anni fa.

Il suo nome è Celestia.

 

Celestia è una Venezia densamente spopolata. Per i suoi canali, per le sue calli, per i suoi campi si aggirano rare presenze (rari nantes in gurgite vasto, se volessimo dirla col poeta). Si tratta per lo più di biscazzieri, donne di malaffare e giovani telepati che si sono consociati in un circolo esclusivo, con tutti i crismi della setta. Insomma, più che di figure, si tratta di figuri. Tra costoro c’è anche Pierrot, giovane mina vagante, irrequieta, insofferente ed insolente, che sembra trovare appagamento nella sua solitudine soltanto, e che vive con recalcitranza, quando non con aperto fastidio il rapporto con gli altri, si tratti del padre (specie di barbuto santone) o di Dora, la telepate che potrebbe anche amare, se solo ne trovasse la voglia e le energie. Chi sia Pierrot, cosa pensi, cosa provi e come si conduca nella vita sono cose su cui l’autore non spende una sola parola: lo si capisce da quel che gli fa fare e da quel che gli fa dire. Con pochi gesti e poche battute, Fior riesce a ritrarre in Pierrot la quintessenza della Giovinezza stessa, ma si badi: una giovinezza fatta di scazzo, disincanto, risentimento ed indolenza, la stessa che tanto ha fatto ringhiare Richard Hell, Johnny Thunders, Sid Vicious e gli altri messeri del No Future. Costretto, per un atto inconsulto, ad allontanarsi dall’isola, Pierrot salpa con Dora alla volta della Terraferma, laddove adulti ormai inabilitati a badare a loro stessi si sono rimessi alle cure sapienti di un ragazzino.

A ben vedere, sul piano narrativo, il piatto è talmente ricco che si fa fatica a stabilire di che portata si tratti: è una storia di formazione? Ha un impianto allegorico soggiacente? La si può inquadrare nel genere post-apocalittico?

Magari tutte, più probabilmente nessuna. Per come la vedo io, con Celestia l’autore ci consegna un apologo senza morale. Chi proprio vuol trovarne una, se la cerchi da solo.

 

Nessun artista, come Manuele Fior, ha la capacità di intavolare con i testi letterari dialoghi tanto felici e fruttuosi. Ne ha dato una prova irrefutabile con la trasposizione de La signorina Else, ma anche con il sontuoso lavoro d’illustrazione condotto intorno al romanzo di Gary La vita davanti a sé, nella riedizione Neri Pozza dello scorso anno. È fedele e rispettoso, ma al tempo stesso arricchente: all’immaginario degli autori assomma il suo, cosicché il fortunato lettore può trovarsi simultaneamente al cospetto di due Autorialità, parimenti prestigiose.

Proprio per via della lunga abitudine a dialogare con gli autori, ho il sospetto che Fior continui a misurarsi sotterraneamente con il Brodskij di Fondamenta degli incurabili. Nel testo in oggetto, il cigno di san Pietroburgo rilascia una dichiarazione di poetica che ben s’addice al nostro: “Le pagine che seguono hanno a che fare con l’occhio piuttosto che con qualche convinzione, comprese quelle sul modo di gestire un racconto. L’occhio precede la penna […] Avendo rischiato l’accusa di depravazione, non batterò ciglio a quella di superficialità. Le superfici – cioè la prima cosa che l’occhio registra – sono spesso più eloquenti del loro contenuto, che è provvisorio per definizione.”

 

 

Anche in Celestia la componente visiva è preminente rispetto alla fabula e vale come non mai la lezione oraziana dell’ut pictura poësis, perché la mano dell’artista e la penna del narratore riportano quanto l’occhio ha registrato. Da qui la naturalezza e la linearità con cui gli scenari e i fatti si susseguono, in barba alla loro inverosimiglianza.

C’è un altro luogo delle Fondamenta che mi ha ulteriormente persuasa circa la conversazione sotterranea tra Fior e Brodskij: “[…] come ha detto un poeta, le responsabilità cominciano nei sogni […] certe idee celestiali – aggettivo quantomai adatto a questa città – devono essere venute agli architetti di notte, mentre sognavano, perché nella realtà quotidiana non c’è nulla che possa ispirarle.”

L’architettura veneziana ha una presenza scenica tale, in Celestia, da poter contendere a Pierrot il ruolo di protagonista: pizzi marmorei, cornicioni, capitelli, cariatidi, frontoni, modanature, costruzioni gotiche e moresche, tutto reso con un rigore di linee da calcografia. Ma questo registro stilistico così rigoroso, geometrico ed esatto non è il solo che Fior sfoderi: specie con la complicità della tavolozza, con la quale ha raggiunto ormai una confidenza spaventosa, risolve intere figure e interi paesaggi in pure chiazze di colore. Colori veri, di come i pantoni non ce ne regalavano da un pezzo: dei veri blu, dei veri rossi, degli immaginifici verdi, misuratissimi nell’uso di ombreggiature e sfumature. Dei blu, dei rossi, dei verdi che mi sento di assimilare a quelli impiegati da Mattotti nella sua versione animata de La famosa invasione degli orsi in Sicilia (d’altro canto, molto di buzzatiano si potrebbe a buon diritto ravvisare anche in Celestia). Un’ultima considerazione sull’uso della griglia. Qui il genio visivo di Fior compie un balzo nella stratosfera: da pagina 35 a pagina 37, la tavola assume l’aspetto di uno specchio frantumato. Ogni vignetta è un frammento, talora non abbastanza esteso da riflettere il balloon nella sua interezza, tant’è che certe parole smarginano fuori dalla gabbia.

Cos’è quell’acqua su cui s’innalza Celestia se non un’immane superficie riflettente? La storia non vi si svolge, vi si specchia. Il lettore non ci si immedesima. Ci si sprofonda.

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