Chanbara – La redenzione del samurai

Scritto da Paolo M.G. Maino

4 Ott, 2019

Per le nostre riletture e nell’attesa a giorni di poter leggere il quarto episodio della serie (Le vie del tradimento di Gabriella Contu e Walter Venturi), proponiamo la presentazione del primo volume della serie Chanbara, ovvero La redenzione del samurai, uscito per la prima volta ormai sette anni fa nel novembre del 2012 come secondo numero della collana antologica de Le Storie (e poi ristampato come detto in un volume della BAO insieme al successivo I fiori del massacro e ora in un nuova edizione Bonelli dal 14 gennaio disponibile in libreria). Al timone del volume (come dei successivi due) troviamo Roberto Recchioni e Andrea Accardi dal cui sodalizio è nata questa trasposizione Bonelli dei racconti dei samurai ambientati nel medioevo giapponese.

 

La redenzione del samurai – Le Storie n.2

Soggetto e sceneggiatura: Roberto Recchioni

Disegni: Andrea Accardi

Copertina: Aldo Di Gennaro

Chanbara è termine tecnico che indica il genere narrativo che ruota attorno al combattimento con la spada dei samurai giapponesi nel medioevo nipponico. Genere reso famoso dai film con Toshiro Mifune grande attore della seconda metà del 900. Evidentemente Recchioni e Accardi si sono nutriti di quei film e di tanti testi, serie, cartoni, fumetti della cultura giapponese e hanno deciso di riproporre la loro personale interpretazione del genere, omaggiando così una tradizione importante del paese del Sol Levante.
In questo primo episodio, la vicenda ha uno sviluppo molto semplice e lineare: Tetsuo Kogawa è invitato dal suo Daimyo (ovvero il signore locale che serve come samurai) a rintracciare il maestro di spada Jubei Shimada, reo di averlo disonorato non portando a termine un incarico che gli era stato affidato e non presentandosi nemmeno al momento del seppuku (ovvero il suicidio rituale che il samurai compie per riparare al torto fatto). Tetsuo che era pronto a uccidersi per riparare all’errore del suo maestro parte alla ricerca di Shimada e sulla strada incontra un vecchio cieco, Ichi, che si rileverà nel  prosieguo della storia una sorte di figura mitica a metà tra uomo e spirito apparentemente allegro e scanzonato, ma letale spadaccino, e difensore delle cause giuste. Ichi invita Tetsuo ad aiutare la causa di un villaggio di contadini vessato da un gruppo di predoni della zona. Tetsuo continua nella sua ricerca, trova il maestro Shimada e scopre che il samurai non aveva disonorato senza motivo il Daimyo visto che si era rifiutato di obbedire ad un compito sbagliato ovvero fare violenza ad un gruppo di indifesi villici. Tetsuo riacquista la sua fiducia nel maestro e sulla via del ritorno (Shimada decide di presentarsi al Daimyo per compiere seppuku ma anche consentire a Tetsuo di spiegare le sue ragioni in difesa dei poveri contadini), i due incontrano (guardacaso) di nuovo Ichi e in una scena di combattimento notturno eliminano proprio quei predoni colpevoli di vessare la ragione al soldo del consigliere Kitayama, scaltro e biforcuto braccio destro  del Daimyo. Nel finale… (le ultime pagine ve le lascio scoprire se non avete letto la storia, ma potete già capire che cosa accadrà!).

 

La storia è anche, pur nella ambientazione da medioevo nipponico, un perfetto western con tre improbabili ‘giustizieri’ contro un ‘mucchio selvaggio’ di criminali e come ogni storia avventurosa che si rispetti ha il suo scioglimento finale in perfetta sintonia con quanto seminato in precedenza. La figura del Daimyo rappresenta, infine, se prendiamo a prestito la struttura della fiaba per come l’ha analizzata Propp, il giusto re che al termine della vicenda decide quello che è giusto e quello che è sbagliato.
Recchioni è come al solito un metronomo in questa tipologie di storie: tempi e spazi sono ben calibrati e le sequenze di azione si alternano ad altre più evocative e riflessive. L’esito è una storia piacevole da leggere e anche da rileggere a distanza di tempo ed è anche l’inizio di un affresco più ampio in cui potremo però incontrare di nuovo personaggi ricorrenti. Come già ha avuto modo di mostrarlo su Tex, la sceneggiatura delle scene di azione è un fiore all’occhiello del suo narrare.

 

In questo senso le idee di Recchioni trovano un appoggio ideale nei disegni di Andrea Accardi (destinati ad essere sempre più efficaci ed evocativi nell’arco dei tre numeri da lui disegnati). C’è un lavoro di studio iconografico notevolissimo: la pittura giapponese (avete presente vero Hokusai?), il cinema di Kurosawa ma anche il manga sono ingredienti ben presenti eppure anche declinati secondo un sentimento che è ancora e giustamente quello del fumetto e della cultura occidentale ed europea. Accardi è un disegnatore davvero da seguire perché non è mai scontato ma il dettaglio di cui è capace, nulla toglie alla chiarezza di un tratto che è al servizio del racconto.
A risentirci per la rilettura del secondo volume e poi per il commento al nuovo episodio a firma Contu/Venturi, mentre vi ricordo che il terzo volume è già stato recensito da noi di FumettiAvventura.

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