Il boia di Parigi – Le Storie n.1 (ottobre 2012)

Scritto da Chiara Cvetaeva

5 Apr, 2020

Nomina sunt consequentia rerum: “i nomi sono conseguenza delle cose”. La sentenza, già presente nelle Istituzioni di Giustiniano, deve la propria notorietà alla citazione fattane da Dante nella Vita Nuova XIII, 4.

La frase è quantomai congeniale alla serie che, con Il Boia di Parigi, ha ricevuto i propri natali nel non troppo lontano ottobre 2012: le Storie Bonelli nascono dal semplice piacere affabulatorio, dal gusto di raccontare e di farsi raccontare. Salvo nei casi in cui si è sperimentata una più ampia distensione narrativa in trilogie, ciascun albo appare perfettamente autoconclusivo. Questo, a ogni modo, non va a discapito dell’organicità e compattezza della serie. Il progetto, infatti, è animato da un unico soffio vitale, che è quello fatto presente poc’anzi: il puro piacere del racconto. E questo basta a creare, tra le sue singole parti, un tessuto connettivo robusto e resistente.

Aldo Di Gennario

Il boia di Parigi – Le Storie n.1

Soggetto e sceneggiatura: Paola Barbato

Disegni: Giampiero Casertano

Copertina: Aldo Di Gennaro

Sebbene sul dorso de Il Boia di Parigi sia stampato il numero 1, l’autoconclusività di cui si è detto fa sì che la lettura della serie possa cominciare e proseguire in ordine sparso, il che è certamente vantaggioso per i lettori di “primo pelo”, proprio perché, in questo caso, non devono misurarsi con personaggi storici dell’immaginario bonelliano, che pur mantenendo un invidiabile phisique du role (si veda quel fresco e sbarazzino settantunenne di Tex), hanno comunque alle spalle un regesto abbastanza sostanzioso. 

Chiarito questo aspetto, cioè l’ininfluenza della serialità in un progetto editoriale che ha però piena dignità di serie, resta il fatto che Il Boia di Parigi è comunque un ottimo punto di partenza per “iniziarsi” alle Storie. L’albo del premiato sodalizio Barbato&Casertano è forse una delle perle più scintillanti dell’intera collana: vi si narra una storia di singolare atrocità e singolare umanità, com’è nello stile della Signora dell’Incubo. 

Giampiero Casertano

Nella Parigi del 1789, quell’immane bagno di sangue che fu il regime  del Terrore ci viene presentato attraverso gli occhi del suo esecutore materiale: il boia Henrì Sanson, che proprio per la sua lunga consuetudine e familiarità con la morte, capisce la vita assai più di tanti altri. La Barbato ci mostra quale straordinaria umanità possa muovere i gesti, le parole e gli atti di un aguzzino di professione, e mediante la sua storia con iniziale minuscola ci introduce a un capitolo di Storia con iniziale maiuscola.

La frequente incursione della Storia nella storia è uno dei marchi di riconoscibilità della serie, ma non è il solo: era inevitabile che una collana con una simile “anomalia” strutturale finisse col diventare di uno sperimentalismo spericolato. Dal Giappone di Recchioni alla Milano ottocentesca di Simeoni, dal West di Boselli all’Abissinia di Nizzi, fino ad arrivare alla Cina di Mignacco, le Storie ci hanno fatto fare il giro del mondo in 90 numeri, scarrozzandoci da un’epoca all’altra sulla sontuosa vettura della finzione narrativa. In questi anni, è stata probabilmente la più audace ed industriosa fucina della casa editrice. Di numero in numero, abbiamo visto sfilare il gotha degli sceneggiatori e degli illustratori della scuderia bonelliana, abbiamo assistito a ritorni in pompa magna (il Napoleone di Ambrosini, per dirne uno, o il Cassidy di Ruju), alla semina di frutti che sarebbero stati mietuti in altri orti (è qui che registriamo l’atto di nascita di Mercurio Loi), a riapparizioni che hanno commosso parecchi dei lettori più fedeli (si vedano gli inediti dell’indimenticato Morales) e a debutti di autori alla prima pubblicazione.

Casertano e Barbato

Insomma, un assortimento del genere, non lo si troverà mai neppure in un suq arabo. Chi ha voglia di western, troverà il western. Chi vuol la fantascienza avrà la fantascienza. O l’avventura. O il dramma storico. O il noir. E compagnia narrante.

Parafrasando Forrest Gump, “le Storie sono come una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa puoi trovarci dentro”. Ma se si tratta di zucchero e cacao, difficilmente si può restare scontenti. 

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