I mandriani – Maxi Zagor n.36 (maggio 2019)

Scritto da Francesco Benati

30 Mag, 2019

Qualche giorno fa è uscito in edicola I mandriani, il nuovo Maxi Zagor edito dalla Sergio Bonelli Editore. La collana, da qualche anno diventata quadrimestrale, il più delle volte offre una storia completa e inedita lunga quasi 300 pagine, l’equivalente di tre albi del mensile. Proprio questo malloppo propone una avventura tutta nuova scritta da Moreno Burattini e disegnata da Oliviero Gramaccioni.

La storia è una di quelle che, sulla carta, dovrebbero fare felici i lettori di una volta: trama dal sapore western senza la minima traccia di fantastico e altre diavolerie e un richiamo esplicito ad un vecchio classico di Guido Nolitta, alias Sergio Bonelli, creatore di Zagor e Mister No.

Vediamo un po’ di che parla questo Maxi.

 

I mandriani – Maxi Zagor n.36

Soggetto e sceneggiatura: Moreno Burattini

Disegni: Oliviero Gramaccioni

Copertina: Alessandro Piccinelli

Sinossi: Zagor e Cico si imbattono in una tribù di Osages letteralmente alla fame. La loro mandria è stata rubata con la complicità di un agente indiano corrotto e loro rischiano di morire di inedia. A complicare le cose ci sono alcuni giovani guerrieri delle tribù vicine che minacciano di scendere sul sentiero di guerra, eventualità che spazzerebbe via i superstiti della tribù. Zagor e Cico decidono quindi di intervenire e radunano una squadra male assortita per andare a recuperare la mandria e restituirla ai legittimi proprietari.

In questa storia, Moreno Burattini, qui in doppia veste di sceneggiatore e curatore della serie, inserisce un classicissimo tema zagoriano, quello degli underdog o degli emarginati, delle persone che non hanno voce.

 

La squadra radunata da Zagor è un’accozzaglia di derelitti di belle speranze: Eliot, afroamericano vittima del razzismo imperante, Gavin, lo zoppo e, il più emblematico di tutti, Noel, un ubriacone perennemente attaccato alla bottiglia, personaggio il cui alcolismo procurerà non pochi grattacapi ai nostri eroi.
L’avventura messa in scena da Burattini non è particolarmente ricca di colpi di scena, anzi, non ce n’è nemmeno uno, il che in quasi 300 pagine di storia è un difetto non da poco, ma in fondo bisogna anche riconoscere che lo scopo di questo Maxi non era quello di proporre la storia più originale e imprevedibile di tutte, bensì di raccontare il percorso di crescita e di riscatto degli emarginati della squadra di Zagor. Un invito alla resistenza, al continuare a lottare e al non lasciarsi mai prendere dallo sconforto: questo è il senso di fondo di questo albo e mi pare sia stato raggiunto.

Detto ciò, il racconto fila via liscio come l’olio e alla fine si rivela essere una lettura gradevole, baciate anche da un bello scontro finale.

 

 

E i disegni? Eh, insomma. Mettiamola così: se questa storia l’avesse realizzata un qualsiasi disegnatore presente nello staff di Zagor, a quest’ora staremmo probabilmente incensando questa I mandriani.

E invece i disegni di Gramaccioni non convincono per niente. E no, questo non è il solito discorso de su Zagor ci vogliono i cloni di Ferri e bla bla bla, perché basta leggersi una qualsiasi mia recensione per rendersi conto che questo pensiero è lontano anni luce dal mio.

Il problema sta proprio nella resa finale dei disegni di Gramaccioni: dei volti di Zagor non ce n’è uno che sia uguale all’altro, sono tutti diversi e a volte sembrano appartenere a più autori diversi, al punto che viene da pensare a un tentativo di correggere il tiro da parte del team dei grafici della Bonelli. Gli errori di proporzioni e prospettive si sprecano (e no, non si tratta di scelte stilistiche) e, più in generale, Gramaccioni affoga in tentativi di richiamo a Magnus e Pifferaio che però, oltre a non avvicinarsi minimamente ai modelli sopracitati, non c’entrano nulla con Zagor e con il suo mondo.

Insomma, parliamo di una buona storia purtroppo vanificata da disegni per niente all’altezza che, anzi, la affossano notevolmente e alla fine questo Maxi ricava una sufficienza risicata. Peccato perché le premesse per un ottimo lavoro c’erano tutte.

 

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